L’aula della Corte d’Assise di Bologna si è trasformata in un teatro di pura follia quando Marin Jelenic, imputato per l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ha scatenato la sua furia cieca. Rinchiuso nella gabbia di vetro — quella struttura che dovrebbe contenere gli imputati violenti — il trentaseienne ha iniziato a colpire la struttura con calci e pugni, urlando invettive e insulti volgari all’indirizzo della propria legale in uno show di violenza bruta e incontrollata.
Non è stata una protesta composta. Non è stato uno sfogo contenuto. È stato il momento in cui una persona, consapevole di quello che stava facendo secondo la perizia psichiatrica, ha deciso di trasformare il tribunale in un ring, il processo in una battaglia, la giustizia italiana in un nemico da combattere con ogni mezzo disponibile.
L’episodio violento durante la perizia psichiatrica
Il violento episodio è esploso proprio mentre il perito nominato dal tribunale stava illustrando gli esiti della perizia psichiatrica. Era il momento cruciale in cui gli esperti avrebbero dovuto rispondere alla domanda fondamentale: è Jelenic consapevole di quello che ha fatto? È in grado di intendere e di volere?
La risposta era già nella perizia. Ma Jelenic, forse sentendo che le conclusioni degli esperti lo condannavano — non per pazzo, ma per calcolatore — ha deciso di dimostrare il contrario proprio con la violenza. Un paradosso perfetto: più cercava di dimostrare di essere folle attraverso violenza incontrollata, più confermava quello che la perizia diceva: è perfettamente lucido.

La perizia psichiatrica: “Consapevole e lucido”
Le valutazioni degli esperti hanno tracciato un quadro clinico chiaro e netto: Jelenic era perfettamente in grado di intendere e di volere sia al momento dei fatti sia durante il giudizio. Non è un’opinione. È una conclusione medico-legale.
Secondo la ricostruzione presentata dagli esperti in aula, il trentaseienne si è presentato agli esami medico-legali in uno stato di piena lucidità mentale, privo di qualsiasi traccia di patologie psicotiche o depressive. Non aveva allucinazioni. Non aveva deliri. Non aveva perdita di contatto con la realtà.
Quello che emergeva era qualcosa di molto più freddo e molto più terrificante: un profilo psicologico gelido e distaccato, caratterizzato da un controllo totale della situazione e dall’assenza di qualsiasi senso di colpa.
Il narcisismo maligno e i tatuaggi significativi
A colpire gli esaminatori è stato il marcato narcisismo maligno dell’imputato, unito a una fitta serie di tatuaggi che richiamano precise sottoculture. Non sono dettagli superficiali. Sono indicatori di una personalità costruita intorno a valori distorsioni e a una visione del mondo dove la violenza è linguaggio naturale.
Durante gli esami, Jelenic ha rifiutato di discutere del delitto avvenuto nel parcheggio della stazione. Si è presentato con un atteggiamento freddo, calcolatore e a tratti velatamente sarcastico di fronte agli specialisti. Non era un uomo disperato che chiede scusa. Era un uomo che prendeva distanza dal crimine come se riguardasse qualcun altro.
I tratti sadici: il piacere nel dominare
Durante l’udienza si è riflettuto anche sull’eventuale presenza di marcati tratti sadici nella personalità del trentaseienne. I consulenti della Procura hanno evidenziato la tendenza del soggetto a dominare, controllare e prevaricare il prossimo, provando un perverso appagamento nell’imporre la propria volontà attraverso atteggiamenti distruttivi.
È la descrizione di una persona che non uccide per rabbia incontrollata. È la descrizione di una persona che uccide perché gli piace avere il controllo assoluto. Il piacere non è il momento dell’omicidio. È il dominio. È la certezza di poter fare quello che vuole senza conseguenze.
Fino a quando, naturalmente, il sistema giudiziario interviene e gli conseguenze diventano reali.
L’abuso di alcol e droghe: nessuna scusante medica
Sotto la lente d’ingrandimento della perizia è finito anche il pesante abuso di alcol e sostanze stupefacenti da parte dell’imputato. Era una pista importante: se l’uomo era cronicamente intossicato, poteva esserci una base medica per l’incapacità di intendere e di volere.
Ma gli specialisti hanno escluso proprio questo. “Sebbene la sera del delitto l’uomo avesse un tasso alcolemico elevato, gli specialisti hanno escluso che l’uso cronico abbia provocato un deterioramento mentale permanente o uno stato di incapacità”. In altre parole: sì, era ubriaco quando ha ucciso il capotreno. Ma non era un ubriaco che ha perso il controllo. Era un ubriaco che ha mantenuto il controllo.
L’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio: 5 gennaio 2026
L’aggressione mortale ai danni del capotreno trentaquattrenne Alessandro Ambrosio risale al 5 gennaio scorso ed è avvenuta nei pressi dello scalo ferroviario di Bologna. Non è stato un incidente stradale. Non è stato uno scontro casuale. È stato un omicidio.
La Procura ha contestato all’imputato aggravanti per motivi futili — cioè, ha ucciso per ragioni insignificanti — e ha sottolineato la particolare gravità del luogo in cui si è consumato il delitto e i motivi abietti alla base dell’azione. Bologna rappresenta una città dove la sicurezza nei trasporti è un tema caldo. Un omicidio in stazione è un attacco simbolico contro la comunità, non solo contro un uomo.
La furia in tribunale: sputi, calci, insulti all’avvocata
Quando la perizia ha confermato tutto questo — lucidità, consapevolezza, narcisismo, sadismo, assenza di patologie psichiatriche che potessero scusare il comportamento — Jelenic ha perso il controllo. O meglio, ha deciso di mostrare il controllo che aveva mantenuto fino a quel momento.
Ha colpito la gabbia di vetro con calci e pugni, ha sputato, ha urlato insulti volgari all’indirizzo della propria avvocata difensore. Non era uno sfogo emotivo. Era una performance. Era Jelenic che diceva: “Vedete? Sono folle, non sono responsabile delle mie azioni”.
Ma era troppo tardi. I periti avevano già detto il contrario. E la sua stessa violenza, controllata e calcolata anche nel momento della furia, confermava quello che avevano detto.
Le accuse politiche: “Italia mafiosa, processo politico”
Tra le urla e il caos, l’uomo ha bollato la vicenda come un vero e proprio processo politico, lanciando accuse pesanti e definendo la giustizia italiana come un sistema indegno e mafioso. Non è raro in Italia sentire imputati accusare il sistema di essere “politico” o “mafioso”. È una carta che gioca bene con una certa parte dell’opinione pubblica.
Ma nel caso di Jelenic, queste accuse suonano come la disperazione di un uomo che sa di essere stato smascherato. Non è un martire della giustizia italiana. È un uomo che ha ucciso un capotreno e ora sta cercando di scappare dalle conseguenze accusando il sistema.
L’avvocata difensore chiede di essere sollevata dall’incarico
Dopo l’allontanamento del detenuto, l’avvocata difensore ha formalmente chiesto di essere sollevata dall’incarico a causa delle violente offese ricevute. È una richiesta comprensibile: come puoi difendere una persona che ti insulta e ti sputa addosso?
Ma il presidente della Corte ha respinto la richiesta, confermando l’obbligo di difesa e ribadendo che il comportamento dell’imputato non costituisce un motivo valido per l’esonero dal processo. È una decisione corretta dal punto di vista procedurale, ma che rivela il peso emotivo e fisico che il sistema giudiziario chiede agli avvocati difensori.
Un uomo lucidissimo che finge di essere pazzo
Quello che emerge dal caso Jelenic è il ritratto di un uomo lucidissimo che finge di essere pazzo. O meglio, che usa la violenza come strumento di comunicazione e di controllo — lo stesso strumento che ha usato per uccidere il capotreno.
Per la società italiana, è un caso che rivela due cose importanti. La prima: il sistema psichiatrico-giudiziario funziona abbastanza bene. Ha riconosciuto un uomo pericoloso e ha detto la verità su di lui. La seconda: la violenza in tribunale è una sfida diretta all’ordine pubblico e alla dignità della giustizia. Non può essere tollerata, indipendentemente da chi la commette.
Marin Jelenic probabilmente finirà in carcere. Non perché la perizia lo ha dichiarato folle — la perizia ha detto il contrario — ma perché è responsabile e consapevole di aver ucciso un uomo. La follia che ha mostrato in tribunale non cambierà quello. Confermato solo ciò che i periti hanno già detto: è un uomo consapevole e responsabile delle sue azioni.