“Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in una condizione che può essere definita pienamente di pace”
. È il quadro tracciato dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, al termine della riunione che ha portato a Copenaghen i capi di Stato Maggiore della Difesa dei 32 Paesi dell’Alleanza.
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È una dichiarazione che cattura il dilemma della sicurezza occidentale contemporanea: la guerra non è stata dichiarata, ma la pace rimane una finzione. C’è un vuoto nel mezzo, una “zona grigia” dove accadono cose che potrebbero condurre a conflitti aperti, ma che rimangono calcolate per non incendiare il continente europeo.
La zona grigia della deterrenza: provocazioni calibrate
In un’intervista a Tgcom24, il più alto vertice militare della Nato affronta i principali fronti di tensione: la pressione russa sull’Europa, gli attacchi ibridi, il rischio di escalation, la capacità industriale occidentale, il Medio Oriente e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nei conflitti.
Negli ultimi mesi la Russia ha moltiplicato violazioni dello spazio aereo, incidenti con droni e attività ibride, operazioni che la Nato interpreta come tentativi di mettere alla prova la determinazione degli alleati restando al di sotto della soglia di un conflitto aperto. È una strategia ben nota: provocare fino al limite, misurare la risposta occidentale, calcolare quanto margine di manovra rimane prima di una reazione militare diretta.
La risposta della Nato, sostiene Cavo Dragone, è stata “difensiva, proporzionale e visibile”, con un principio che resta fermo: la Nato è pronta a difendere l’intero territorio dell’Alleanza. Ma questa prontezza rimane, per ora, una dichiarazione. Nessun Paese Nato è stato attaccato direttamente in modo tale da invocare l’Articolo 5.
“Mosca prova a saggiare la determinazione degli alleati”

Cavo Dragone descrive una situazione nella quale non si è verificato un attacco contro un Paese Nato tale da far entrare in gioco la difesa collettiva, ma nella quale è difficile parlare di una normale condizione di pace. Le attività attribuite alla Russia vengono lette come una pressione calibrata: abbastanza forte da creare instabilità e preoccupazione, ma costruita in modo da evitare, almeno fino a questo momento, una risposta militare diretta dell’Alleanza.
È proprio questa zona grigia a rappresentare una delle maggiori difficoltà per la Nato. Cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, violazioni dello spazio aereo e operazioni condotte attraverso strumenti non convenzionali possono produrre effetti rilevanti senza assumere la forma classica di un’aggressione militare.
La propaganda russa: la minaccia che non spara
Alla domanda su quale sia oggi la minaccia che lo preoccupa maggiormente, l’ammiraglio non indica missili, droni o mezzi corazzati. Punta invece sulla propaganda e sulla capacità di interferire nei processi democratici occidentali, alimentando divisioni interne e mettendo in discussione la lettura stessa degli eventi.
È una considerazione che rivela una consapevolezza profonda della natura della guerra moderna. Un nemico che può dividere una nazione dall’interno è più pericoloso di un nemico che attacca dall’esterno. Una società profondamente frammentata, incapace di distinguere informazioni attendibili da campagne di manipolazione, è intrinsecamente più vulnerabile.
Secondo Cavo Dragone, l’obiettivo di questa attività sarebbe quello di indebolire la coesione tra i Paesi alleati e modificare la percezione dell’opinione pubblica. È una forma di guerra che non richiede armi convenzionali. Richiede solo la capacità di creare dubbio, confusione, divisione.
L’Articolo 5 non è automatico: la confusione nel dibattito pubblico
Cavo Dragone chiarisce anche un punto spesso semplificato nel dibattito pubblico: l’Articolo 5 della Nato non determina automaticamente l’ingresso in guerra dell’intera Alleanza ogni volta che si verifica un incidente. La valutazione viene compiuta collegialmente dagli alleati sulla base della natura e della gravità dell’attacco.
Prima dell’Articolo 5 esistono altri strumenti. L’Articolo 4 consente a uno Stato membro di chiedere consultazioni quando ritiene minacciata la propria sicurezza, mentre l’Articolo 3 riguarda la capacità dei singoli Paesi di costruire una propria resilienza nazionale.
È una precisazione importante. L’Articolo 5 è il meccanismo che attiva la difesa collettiva, ma è un meccanismo umano, non meccanico. Richiede decisioni, valutazioni, giudizi. E soprattutto, richiede consenso tra i 32 Paesi dell’Alleanza.
La resilienza nazionale: il modello Finlandia e Svezia
Cavo Dragone indica come esempio Finlandia e Svezia, dove la preparazione alle crisi coinvolge non soltanto le forze armate ma l’intera società. È un concetto di sicurezza che va oltre le armi. È la capacità di infrastrutture, amministrazioni, aziende e cittadini di continuare a funzionare durante una grave emergenza.
Questo suggerisce che la sicurezza moderna non è questione solo di forze armate. È questione di quanto preparata sia l’intera società a una crisi. Quanto resilienti sono le infrastrutture energetiche? Quanto sono vulnerabili i sistemi di comunicazione? Quanto dipende l’economia dal commercio esterno?
Se scattasse la difesa collettiva: piani e opzioni già preparati
Sul punto più delicato, quello di un eventuale attacco capace di coinvolgere direttamente la Nato, Cavo Dragone afferma che l’Alleanza dispone già di piani e opzioni militari predisposte. Il problema principale, spiega, non sarebbe la velocità con cui pronunciare formalmente le parole “Articolo 5”, ma la capacità di attribuire rapidamente l’attacco, mettere in campo risposte già preparate e mantenere operative le infrastrutture.
Dalla riunione di Copenaghen è emerso che la Nato dispone di piani specifici per il fianco orientale destinati a coprire differenti scenari di escalation. Uomini, sistemi e armamenti sono pronti e le procedure sono state studiate per ridurre i tempi necessari a una decisione.
La deterrenza: mostrare capacità per evitare conflitti
La deterrenza resta il principio centrale: mostrare di avere strumenti e capacità di risposta sufficienti proprio per evitare che qualcuno decida di mettere alla prova militarmente l’Alleanza
. È il paradosso della pace armata: più gli alleati mostrano di essere pronti alla guerra, meno probabile che la guerra scoppi.
Ma questa deterrenza dipende anche dalla credibilità. Se gli alleati non sembrano credibili, se sembrano divisi, se la propaganda riesce a minare la fiducia tra i partner, allora la deterrenza si indebolisce.
Il Medio Oriente e gli Houthi: il ruolo limitato della Nato
La Nato non è parte del conflitto nel Medio Oriente
, precisa Cavo Dragone, e l’operazione Aspides nel Mar Rosso rimane un’operazione dell’Unione Europea. Ma l’Alleanza può offrire capacità di coordinamento, facilitando contributi nazionali destinati a proteggere la libertà di navigazione.
È una distinzione importante: la Nato non combatte direttamente, ma coordina. Fornisce il framework nel quale i Paesi membri possono agire coordinatamente. E la sicurezza delle grandi rotte energetiche è considerata un elemento che influenza direttamente la sicurezza economica dei propri membri.
Lo “Schengen militare”: il problema della logistica europea
Una vulnerabilità europea spesso sottovalutata riguarda la possibilità di spostare rapidamente uomini, blindati e armamenti attraverso i confini interni dell’Alleanza. Autorizzazioni nazionali, procedure differenti e infrastrutture non sempre adeguate possono rallentare significativamente i movimenti militari.
Cavo Dragone ricorda che il problema non è soltanto burocratico. Ponti incapaci di sostenere il peso dei mezzi militari o gallerie troppo strette non possono essere risolti modificando un regolamento. C’è bisogno di investimenti nelle infrastrutture, considerati elementi essenziali della deterrenza esattamente come carri armati, aerei e sistemi missilistici.
All’industria della difesa: basta brochure, servono consegne
Il messaggio più diretto dell’intervista riguarda l’industria militare. Dopo gli aumenti degli stanziamenti decisi dagli alleati, per Cavo Dragone il problema non è più soltanto quanto denaro viene promesso, ma quanto rapidamente quel denaro riesce a trasformarsi in capacità operative realmente disponibili.
Il presidente del Comitato militare sottolinea che i tempi industriali devono accorciarsi. Il messaggio trasmesso dai capi di Stato Maggiore riuniti a Copenaghen è riassunto da Cavo Dragone con poche parole: “bisogna accelerare le consegne, perché alle forze armate servono sistemi disponibili e non semplici presentazioni commerciali”.
L’intelligenza artificiale: la guerra diventa più veloce
Sul futuro dei conflitti pesa l’intelligenza artificiale, che può ridurre drasticamente l’intervallo tra l’individuazione di una minaccia e la necessità di prendere una decisione. Cavo Dragone non nasconde il problema, ma rifiuta una lettura allarmistica. Tutto ciò che può essere automatizzato potrà essere affidato in misura crescente all’intelligenza artificiale, ma l’essere umano deve restare al centro del processo decisionale e conservarne la responsabilità.
Il vero elemento decisivo diventa allora il tempo. Più ancora della potenza assoluta di un avversario, conta la velocità con cui è in grado di agire e quella con cui la Nato riesce a riconoscere ciò che sta accadendo e a rispondere.
“Preoccupazione sì, panico no”: l’approccio dell’uomo di mare
L’ammiraglio utilizza anche la propria esperienza di uomo di mare per spiegare l’approccio che ritiene necessario. Esiste una preoccupazione utile, quella che spinge a prepararsi e a dotarsi degli strumenti necessari, e una paura che invece paralizza.
A Copenaghen, racconta, ha visto i 32 capi di Stato Maggiore della Difesa della Nato schierati sulla stessa linea, consapevoli dei rischi e determinati a prepararsi. È questo, secondo il presidente del Comitato militare, l’elemento che dovrebbe rassicurare i cittadini.
Il passaggio di consegne: verso una Nato più forte
Cavo Dragone lascerà il proprio incarico nell’estate del 2027 al generale tedesco Carsten Breuer, eletto dai vertici militari dell’Alleanza come suo successore. L’obiettivo, spiega nell’intervista, è consegnargli una Nato più preparata di quella ricevuta: un’Alleanza capace di adattarsi alle nuove minacce e con una componente europea più forte.
È un auspicio che riflette la consapevolezza di come la sicurezza dell’Occidente dipenda non solo dalla deterrenza nucleare americana, ma anche dalla capacità dell’Europa di difendersi autonomamente.