martedì, Settembre 29

Alessandro Di Battista torna a scrivere dopo il malore. “Sto meglio, i medici cubani mi hanno salvato”. E accusa gli USA

Alessandro Di Battista è tornato a scrivere. Dopo le settimane difficili caratterizzate dal malore all’Avana, dall’intervento chirurgico d’urgenza e dal lungo ricovero presso il Policlinico Gemelli di Roma, l’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle ha deciso di riprendere la sua attività attraverso il canale Substack. Con semplicità e determinazione annuncia al suo pubblico: “Siamo tornati!”, un messaggio che rappresenta non solo il superamento di una crisi personale, ma anche la ripresa di una missione giornalistica che lo definisce da anni.

Un messaggio di speranza e ringraziamenti ai medici cubani

Nel suo nuovo post, Di Battista non scende nei dettagli specifici di quanto accaduto durante quelle settimane terribili. Però, con una promessa che farà felici i suoi sostenitori, annuncia: “Nei prossimi giorni vi racconterò tutto quello che è successo”. Un’esplicita indicazione che il racconto completo della sua odissea medica arriverà prossimamente, quando avrà completato il suo recupero fisico e psicologico. Per il momento, preferisce focalizzarsi sulla gratitudine e sulla ripresa delle sue attività di denuncia e reportage.

Una parte fondamentale del suo messaggio è dedicata ai medici e al personale sanitario cubano che lo hanno assistito. Pubblica una foto insieme ad alcuni di loro e sottolinea quanto l’eccellenza della sanità cubana sia stata determinante per la sua sopravvivenza. “La sanità cubana è un’eccellenza e io non dimenticherò mai tutto quello che Cuba ha fatto per me”, scrive Di Battista, confermando quanto aveva già dichiarato nei precedenti aggiornamenti circa la tempestività e la qualità dell’intervento ricevuto a L’Avana. È un riconoscimento pubblico che assume ancora maggior valore, dato che proviene da una figura politica spesso critica verso le istituzioni.

La missione incompiuta: il reportage su Cuba e l’embargo americano

Nel suo post Di Battista ritorna prontamente al motivo principale che lo aveva portato a Cuba: documentare e denunciare le conseguenze dell’embargo economico statunitense sull’isola caribica. L’ex deputato non è rimasto fermo durante il ricovero, anzi ha continuato a osservare la realtà che lo circonda dall’ospedale, appuntando i problemi sistemici di un Paese soffocato da decenni di isolamento economico internazionale.

Le descrizioni che fornisce sono crudi e dettagliati. Ospedali alle prese con carenze critiche di acqua potabile e carburante, ambulanze che faticano a operare per mancanza di risorse, problemi cronici nella fornitura di energia elettrica. Immagini di una realtà quotidiana che contrasta fortemente con quello che viene mostrato in Italia attraverso i media mainstream. Secondo Di Battista, i media italiani spesso mostrano città cubane sporche di spazzatura, ma raramente approfondiscono il contesto economico e politico dietro a questa situazione.

L’accusa contro gli USA: “comportarsi come mafiosi”

Nel messaggio, Di Battista non usa mezzi termini quando parla delle responsabilità americane. “Gli USA continuano a comportarsi come dei mafiosi e a strangolare il popolo cubano”, scrive, impiegando una metafora che richiama il linguaggio utilizzato nel reportaggio “La polvere del mondo” che stava realizzando al momento del malore. La situazione a L’Avana viene descritta come “drammatica”, termine che non sceglie a caso ma che riflette ciò che ha potuto osservare anche durante la fase acuta della sua malattia.

L’accusa diventa ancora più specifica quando Di Battista analizza il ruolo della comunicazione nel contesto dell’embargo. “In una colonia statunitense, guai a denunciare i crimini degli Stati Uniti”, afferma, suggerendo che la narrativa mediatica che circonda Cuba sia filtrata attraverso una prospettiva filoamericana che raramente affronta le conseguenze devastanti dell’embargo. Per Di Battista, questa è una forma di censura strutturale, dove le responsabilità americane vengono sistematicamente oscurate dai racconti prevalenti.

Il ritorno alla battaglia: cosa viene dopo

Nonostante il corpo ancora in fase di ripresa, Di Battista annuncia chiaramente la sua intenzione di tornare al lavoro che lo ha sempre caratterizzato. Promette di continuare a occuparsi di Cuba e Palestina attraverso il suo canale “Scomode Verità”, due fronti su cui ha costruito buona parte della sua identità giornalistica negli ultimi anni. Non sarà un ritorno facile o immediato, come egli stesso sembra suggerire scrivendo di voler “ricominciare” e di avere “voglia” di riprendere la sua attività, ma la determinazione è chiara.

Prima di tornare pienamente operativo nel suo ruolo di reportage, comunque, Di Battista tiene a mantenere una promessa verso chi lo ha seguito durante la crisi. “Nei prossimi giorni vi racconterò tutto”, ripete, consapevole che il racconto intimo e dettagliato di cosa è accaduto a Cuba rappresenta non solo un dovere verso i suoi sostenitori, ma anche una forma di catarsi personale e di chiusura di un capitolo estremamente difficile della sua vita.

Il messaggio di gratitudine universale

Non sono solo i medici cubani a ricevere i ringraziamenti di Di Battista. Nel suo post ringrazia anche tutti coloro che hanno continuato a sostenerlo durante “un periodo davvero delicato”, come lo definisce. È un riconoscimento del fatto che durante quelle settimane di incertezza medica e psicologica, il supporto della comunità di persone che lo seguono e che condividono la sua visione del mondo sia stato determinante. Un elemento spesso sottovalutato nel percorso di guarigione, ma che per figure pubbliche come Di Battista assume un significato ancora più profondo.