Le conversazioni intercettate nell’abitazione della famiglia Sempio entrano nella nuova fase dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, un delitto che continua a generare sviluppi drammatici, rivelazioni strabilianti e colpi di scena che sembrano non finire mai. Andrea Sempio è nuovamente indagato per il delitto e alcuni passaggi dei dialoghi registrati in casa sono stati riportati dal Giornale, portando alla luce conversazioni che gettano ulteriore luce sulla dinamica familiare e sulle convinzioni di coloro che difendono l’indagato.
Tra questi passaggi più inquietanti ci sono le parole della madre Daniela Ferrari contro la vittima e la sua famiglia, parole cariche di rancore e disperazione: “Maledetta Chiara, i Poggi e il porco (bestemmia) che non li fa morire… maledetta”. Non sono semplicemente parole. Sono il riflesso di una tensione estrema, di una famiglia che si sente assediata, che riversa la sua rabbia su chi ritiene responsabile della loro disgrazia.
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La conversazione sulla chiavetta USB: dubbi e confusioni
In una conversazione del 2 novembre 2025, Giuseppe Sempio parla con il figlio Andrea di una chiavetta USB,
un dettaglio apparentemente minore che tuttavia rivela la complessità e la confusione che permea le comunicazioni familiari in questo caso. Giuseppe Sempio parla della chiavetta con incertezza, senza ricordare con certezza se fosse presente nel computer di Andrea. È un’incertezza che suggerisce quanto vaghi siano i ricordi, quanto confusa sia la memoria quando sottoposta al peso della pressione emotiva e legale. Andrea alza la voce e risponde con forza e negazione: “No ma io non avevo chiavette”. Poi aggiunge, in uno slancio di maggiore chiarificazione: “Cioè chiavette… riferito a chi? Non lo so… non ne avevo una di chiavetta”. È il linguaggio di qualcuno che sta cercando di spiegare qualcosa che non è chiaro, di qualcuno che si difende da accuse che non comprende completamente.
Le preoccupazioni su DNA, impronta e incidente probatorio
Ferrari contesta inoltre alcune scelte relative all’incidente probatorio, soffermatosi particolarmente sull’impronta 33,
uno dei dati tecnici più controversi del caso. Rivolgendosi a una persona che, a suo dire, era stata assunta per difendere la famiglia, afferma con tono accusatorio: “Non è normale che se tu sei stato assunto da me, per difendere me, mi obblighi a dire o metti dentro delle cose che vogliono Tizzoni e Capra nell’incidente probatorio”. Indica quindi l’impronta 33 come esempio specifico delle questioni che, secondo lei, Tizzoni e Capra volevano inserire nelle prove, come se stessero cercando di danneggiare la difesa piuttosto che ricercare la verità. A suo giudizio, quell’impronta non aveva a che fare con l’accusa principale rivolta ad Andrea, che Ferrari riteneva fondata invece sul DNA, su prove biologiche più concrete.
C’è qui un elemento di conflitto interno alla difesa stessa, una famiglia che sospetta che coloro che dovrebbero proteggerli potrebbero in realtà danneggiarli, che le strategie adottate dai loro legali potrebbero non essere nel loro interesse. È una paranoia comprensibile, o è una reale intuizione di problemi nella gestione del caso? Senza accesso completo ai fascicoli processuali, è difficile dirlo con certezza.
Le misurazioni antropometriche: i chili di differenza
Nelle intercettazioni si parla anche delle misurazioni antropometriche effettuate su Andrea Sempio, quelle valutazioni fisiche che pretendono di stabilire se il corpo di una persona potrebbe corrispondere a tracce lasciate sulla scena del crimine. In un dialogo dell’ottobre 2025, Ferrari mette in discussione fortemente l’utilità di confrontare le caratteristiche fisiche del figlio con quelle di circa vent’anni prima, quando il delitto è stato commesso. Rivolgendosi ai difensori, chiede con tono critico: “Ma perché non gliele avete prese a Stasi?”, suggerendo una disparità di trattamento tra gli indagati. Secondo la madre, al momento delle nuove misurazioni Andrea pesava venti chili in più rispetto al periodo del delitto; il corpo umano cambia nel tempo, gli arti si modificano, il peso fluttua. L’unico dato rimasto costante, afferma Ferrari, era il numero di scarpe: portava il 44 allora e lo portava ancora, un fatto che ella sottolinea come se significasse che almeno in questo la compatibilità dovrebbe escluderlo, visto che l’impronta trovata era di taglia 42.
Le paure di Garofano e Tizzoni: “Temono un’altra verità”
Tra i dialoghi intercettati compare anche una conversazione del settembre 2025 in cui Daniela Ferrari parla di Luciano Garofano, il neurochirurgo e consulente che è stato una figura cruciale nel caso Garlasco. Secondo la sintesi dei carabinieri, la madre di Andrea sosteneva che Garofano e Tizzoni avessero paura che emergesse una verità diversa rispetto alla colpevolezza di Alberto Stasi, la precedente condanna che è stata il fondamento di questa intera vicenda. Ferrari, sempre secondo quella sintesi, si chiedeva perché avessero paura, se erano davvero certi di aver svolto bene il loro lavoro all’epoca, se davvero la loro investigazione era stata corretta e completa. È un’accusa implicita di copertura, di interesse nel mantenere una versione ufficiale della storia piuttosto che nel ricercare la verità assoluta.
Il quadro complessivo: una famiglia in trincea
Le intercettazioni nel loro insieme dipingono il quadro di una famiglia assediata, che si sente tradita da coloro che dovrebbero difenderla,
che sospetta che le prove stesse siano state manipolate o interpretate in modo sfavorevole. Ferrari non sembra dubitare dell’innocenza del figlio, ma dubita profondamente della giustizia del sistema, della correttezza del procedimento, della lealtà di coloro che rappresentano gli interessi della famiglia. Ogni dettaglio tecnico diventa motivo di sospetto, ogni scelta professionale viene interpretata come una potenziale trappola.
Il contesto della nuova inchiesta
Queste intercettazioni arrivano mentre la procura sta portando avanti una nuova inchiesta su Andrea Sempio,
una riapertura del caso che suggerisce che la versione ufficiale fornita da Alberto Stasi, condannato anni fa per il delitto, non è ritenuta definitiva o satisfattoria. La domanda centrale rimane: chi ha ucciso Chiara Poggi? E se Andrea Sempio è davvero colpevole, come affermano gli inquirenti, perché la famiglia è così convinta della sua innocenza? O se è innocente, come la famiglia sostiene disperatamente, come potrebbe una persona giusta dimostrarlo in un sistema che sembra già avere una versione consolidata dei fatti?