giovedì, Ottobre 15

Principessa di Abu Dhabi trovata svenuta a Londra: condannata per negligenza infantile

È stata trovata priva di sensi in una strada di Londra Ovest, con un uomo anche lui incosciente e un bambino di tre anni scalzo nelle vicinanze. Protagonista della vicenda è Mahrah Al Nahyan, 32 anni, membro della famiglia reale di Abu Dhabi per matrimonio, finita al centro di un procedimento giudiziario nel Regno Unito.

Secondo quanto riportato dal Times of London e ripreso dal New York Post, l’episodio risale a giugno. Alcuni passanti avrebbero notato la donna accasciata contro delle ringhiere metalliche e il bambino che giocava vicino a una strada trafficata. I cittadini sarebbero intervenuti rimanendo sul posto fino all’arrivo della polizia.

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Il ritrovamento in strada e il bambino vicino al traffico

Le ricostruzioni riferiscono che Mahrah Al Nahyan fosse scalza e in uno stato tale da non riuscire inizialmente a rispondere agli agenti. Accanto a lei si trovavano una valigia e altri borsoni, mentre poco distante era presente un uomo privo di sensi. Non è stata resa nota la relazione tra la donna e il bambino di tre anni che si trovava sul posto.

Durante l’udienza, il pubblico ministero Rio Pahlavanpour ha riferito che un passante aveva notato il piccolo incustodito, senza scarpe e con un monopattino, apparentemente troppo vicino al traffico. La situazione avrebbe spinto le persone presenti a intervenire e ad allertare le autorità.

Secondo quanto riferito in tribunale, la donna avrebbe impiegato circa mezz’ora prima di riuscire a rispondere agli agenti. Quando ha parlato, avrebbe reagito con rabbia, chiedendo perché fossero così preoccupati per quanto stava accadendo. Durante la perquisizione, la polizia avrebbe trovato materiale per il consumo di droga, ma non sostanze illegali.

L’ammissione sul consumo di cocaina e la condanna

Nel corso del procedimento, Al Nahyan avrebbe ammesso di aver assunto cocaina nei giorni precedenti all’episodio. La donna ha riconosciuto l’accusa di negligenza infantile, legata alle circostanze in cui il bambino sarebbe stato lasciato senza un’adeguata supervisione.

Il tribunale britannico le ha imposto una condanna comunitaria della durata di due anni, con obbligo di riabilitazione. Le è stata inoltre comminata una multa di 5.000 sterline, a cui si aggiungono 1.000 sterline di spese legali, per un totale di 6.000 sterline.

Durante l’udienza, la difesa ha sottolineato che la donna avrebbe riconosciuto la gravità di quanto accaduto. «Quel giorno ha fatto un grave errore e lo sa», ha dichiarato il suo avvocato, Stephen Vullo KC, secondo quanto riportato dalla stampa.

Il percorso in clinica per superare la dipendenza

La corte ha appreso che Al Nahyan aveva iniziato un percorso di trattamento per la dipendenza da sostanze presso il Priory Centre di Woking, nel Surrey, a partire da luglio. Secondo il suo legale, avrebbe smesso di fare uso di droga dopo l’ingresso in clinica e mostrato determinazione nel proseguire il percorso terapeutico.

La difesa ha spiegato che la donna intende completare un programma di tre mesi e continuare successivamente le cure come paziente diurna. Tra i progetti indicati figurano l’affitto di una casa nella zona di Guildford e la partecipazione agli incontri di Narcotics Anonymous.

In tribunale è stato inoltre riferito che la donna riceve un assegno mensile di circa 8.000 sterline. Il dato è emerso nel corso dell’udienza, insieme agli elementi presentati sulla sua situazione personale e sul percorso di recupero.

Il patrimonio della famiglia reale di Abu Dhabi

La vicenda ha attirato ulteriore attenzione per il legame della donna con la famiglia reale di Abu Dhabi, il cui patrimonio viene stimato nell’articolo in circa 300 miliardi di dollari. Una cifra che colloca la dinastia tra le famiglie più ricche del mondo, ma che non cambia la natura del procedimento giudiziario affrontato dalla 32enne.

Il caso ruota soprattutto attorno alle circostanze del ritrovamento e alla sicurezza del bambino, che secondo le ricostruzioni si trovava vicino a una strada trafficata senza un adulto in grado di occuparsene. L’ammissione dell’accusa e la condanna hanno portato alla definizione del procedimento, accompagnata dall’obbligo di proseguire il trattamento per la dipendenza.

La donna, attraverso il suo avvocato, ha manifestato l’intenzione di continuare il percorso di riabilitazione anche dopo la permanenza in clinica. La condanna prevede infatti non soltanto una sanzione economica, ma anche un impegno prolungato nei servizi di recupero. Un epilogo giudiziario che mette al centro le responsabilità riconosciute dalla donna e la necessità di evitare che episodi simili possano ripetersi.