mercoledì, Settembre 23

Deficit eccessivo, Meloni infuriata contro l’establishment: “Lavora contro l’Italia per colpirci”. La premier minaccia dimissioni se salta la legge elettorale

Giorgia Meloni è furiosa. Il decimale di deficit che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione europea non è per lei un semplice dato statistico, ma il simbolo di una cospirazione dell’establishment contro il suo governo. “Abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia per colpire noi”, dichiara la premier, dando una valutazione politica al rapporto deficit/Pil che costringe l’esecutivo a un negoziato con Bruxelles per niente facile.

È una posizione che rivela lo stato d’animo di Meloni: non solo frustrazione economica, ma anche una profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni che dovrebbero misurare la salute finanziaria dello Stato. Secondo la premier, i numeri non sono oggettivi, sono uno strumento di potere nelle mani di chi vuole sabotare il suo governo.

I numeri come arma politica: l’attacco all’Istat

Meloni non perde tempo nel delegittimare le previsioni dell’Istat: “I numeri in economia sono un’opinione, se è vero che l’Istat in quattro anni ha sbagliato tutte le previsioni”. È un’accusa grave che va oltre la semplice critica tecnica. La premier sta dicendo che l’istituto nazionale di statistica non è affidabile, che le sue valutazioni sono sistematicamente sbagliate e, implicitamente, che potrebbe esserci una volontà intenzionale dietro questi errori.

Questo attacco all’Istat non è casuale. Dietro la scelta del presidente dell’Istat c’è il dito del centrodestra: Giancarlo Giorgetti aveva preso sotto braccio Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, per indicare il nome di Francesco Maria Chelli, l’attuale numero uno dell’istituto di statistica. Ma l’interlocuzione con i vertici dell’Istat, da allora, è stata “a dir poco complicata”.

La nostalgia per Enrico Giovannini e il precedente

Fatto sorprendente: nel governo circola una nostalgica ammirazione per Enrico Giovannini, ex presidente dell’Istat e figura legata al centrosinistra. Il ragionamento che circola nei ministeri è scioccante: un vero riformista come Giovannini “non avrebbe fatto un simile scherzetto a un esecutivo di centrosinistra”.

Sembra che il governo stia dicendo: perfino un presidente dell’Istat di sinistra avrebbe avuto la lealtà di non pubblicare dati che danneggiano un governo del suo colore politico. Cosa che invece, secondo Meloni, l’attuale vertice dell’istituto non ha fatto.

Ma la memoria è breve nel governo: Giovannini stesso è responsabile di errori enormi nel calcolo dei costi del Superbonus ai tempi del gabinetto Conte giallorosso. Un dirigente dello stesso istituto andò poi al Fondo monetario internazionale, e il viceministro Maurizio Leo si lamenta che “stiamo ancora pagando” i debiti di quell’epoca.

Il Superbonus come macigno: quaranta miliardi quest’anno

Il nodo rimane il Superbonus, quella bomba a orologeria finanziaria che continua a fare danni. Leo conta i costi con frustrazione: “Sono quaranta miliardi solo quest’anno, più venti per il credito d’imposta. E noi restiamo in infrazione per un decimale”.

È il paradosso che il governo evidenzia: l’Italia deve pagare ancora le conseguenze di scelte fatte da governi precedenti (il Superbonus è stato uno dei provvedimenti più caldi della stagione giallorossa), eppure l’Istat non tiene conto di questo quando fa le sue valutazioni. O almeno, così ragiona il governo.

La questione è se l’Istat abbia davvero sbagliato, oppure se il governo stia cercando capri espiatori per un decimale di deficit che rappresenta comunque un fallimento nella gestione dei conti pubblici.

Meloni vede ombre dappertutto: lo scontro con l’establishment

La reazione di Meloni ai numeri negativi rivela una visione del mondo in cui il governo è circondato da nemici. “Meloni vede ombre dappertutto”, scrivono gli osservatori della politica, e la distanza che separa il governo dall’establishment è effettivamente un tema ricorrente.

Non è solo l’Istat. È l’insieme di istituzioni, media, organizzazioni internazionali che, secondo la premier, lavora sistematicamente contro il suo esecutivo. Non sempre questa visione rispecchia la realtà, ma è innegabile che il governo percepisce una mancanza di lealtà da parte di queste istituzioni.

La corsa alle elezioni anticipate e il bluff di Schlein

Il deficit negativo potrebbe accelerare i piani di Meloni verso elezioni anticipate. Fino a ieri, la premier sembrava intenzionata ad accelerare verso le urne in primavera, anche se non ha mai fatto trapelare chiaramente le sue intenzioni reali. Ma dopo il passo falso dell’Istat, potrebbero esserci calcoli diversi.

Elly Schlein, segretaria del Pd, non ha aiutato la sua causa chiedendo sconsideratamente: “Ci faccia sapere quando si vota”, dimenticando che è il capo dello Stato a indire le elezioni. La risposta di Meloni è stata tagliente: “Lei le vuole subito perché così risolverebbe il problema delle primarie”.

Schlein viene descritta come “la mia interlocutrice naturale” da Meloni, un’espressione che contiene sia riconoscimento che disprezzo: sono l’una il riflesso politico dell’altra, ma rappresentano due visioni del mondo completamente opposte.

Il calcolo politico: la Finanziaria elettorale bloccata

Se Meloni continuerà a governare fino all’autunno 2027, l’esecutivo avrà a disposizione una Finanziaria con molti fondi da investire in provvedimenti utili a contrastare l’ondata vannacciana e attendere una flessione di Fratelli d’Italia. È il piano originario.

Ma se il deficit rimane un ostacolo e Bruxelles impone vincoli stringenti, la Finanziaria avrà meno fondi a disposizione. Questo cambierebbe completamente le carte in tavola. Nel governo, già ieri si è registrato l’ennesimo braccio di ferro tra Forza Italia e Lega su un eventuale scostamento di bilancio, segno che la situazione finanziaria crea tensioni nella coalizione.

La legge elettorale come linea del Piave

Ma il vero tornante della legislatura non è tanto il deficit quanto la legge elettorale. Meloni ha chiesto che l’esame dello Stabilicum si concluda alla Camera il 5 ottobre, e ha posto la fiducia per sfidare il tramestio che si avverte a Montecitorio.

Secondo gli osservatori, c’è il rischio di un “colpo di mano a voto segreto” che potrebbe mandare in fumo la riforma elettorale. Ed è qui che arriva l’ultimatum: se la riforma fosse bocciata, Meloni ha fatto capire che si dimetterebbe.

È una minaccia senza precedenti nella storia recente della politica italiana. Non si dimette perché il governo non funziona, non perché perde una guerra sui numeri al Parlamento, ma perché non riesce a cambiare le regole del gioco. In altre parole, la premier sta dicendo: o mi date lo strumento per ridisegnare il sistema politico, oppure me ne vado.

La reazione a catena nel centrodestra

Se Meloni dovesse dimettersi, sarebbe l’inizio di una violenta reazione a catena nel centrodestra. La coalizione esploderebbe. Non ci sarebbe un successore naturale. Forza Italia e Lega cercherebbero di sfruttare il caos per acquisire potere. Le elezioni anticipate sarebbero quasi certe.

È uno scenario che nessuno vuole, ma che Meloni sta mettendo sul tavolo come un’arma da negoziazione interna. Sta dicendo ai suoi alleati: o vi comportate bene, o vi creerò un caos tale da distruggere l’intera coalizione.

Larussa controcorrente: il dettaglio che conta

Un dettaglio rivelatore: Ignazio Larussa, presidente del Senato, ha commentato il rapporto deficit/Pil come “un ottimo risultato, vista la drammatica condizione dei conti pubblici che il governo aveva ereditato”. È una voce discordante nel coro di lamentele che viene dal governo.

Questo commento non passa inosservato. Suggerisce che ci sono divergenze anche dentro Fratelli d’Italia su come interpretare i numeri. Larussa sta dicendo: il deficit non è così male, gli altri governi hanno lasciato situazioni peggiori. È una voce che contraddice la narrazione di Meloni, e questo potrebbe creare tensioni interne.

Lo scontro che non è solo con le opposizioni

La sfida di Meloni sulla legge elettorale “non è solo con le opposizioni”. È anche interna. È un test sulla coesione della coalizione. Se la riforma passa, Meloni esce rafforzata. Se cade, il governo entra in crisi terminale.

Intanto, sui tavoli dei negoziati europei, l’Italia cercherà di ottenere una flessibilità da Bruxelles sul deficit. Non è impossibile, ma richiede una negoziazione complessa e una capacità di convincimento che dipende anche da fattori geopolitici esterni al controllo del governo italiano.

Quello che è certo è che il decimale di deficit ha innescato una catena di conseguenze politiche che vanno molto oltre la statistica: tocca le ambizioni di Meloni, la stabilità della coalizione e il futuro della legislatura.