martedì, Settembre 29

Garlasco, scontro durissimo in tv tra il generale Garofano e gli avvocati di Stasi

Durissimo faccia a faccia nella puntata di ieri sera, lunedì 28 settembre de “Lo Stato delle Cose” su Rai 3, condotto da Massimo Giletti: da una parte gli avvocati di Alberto Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, dall’altra l’ex generale dei Ris di Parma, Luciano Garofano. Il tutto a poche ore dal comunicato della Procura di Pavia che annunciava la chiusura delle nuove indagini su Andrea Sempio e il delitto di Garlasco, insieme ad una serie di novità che hanno riacceso la polemica attorno al caso.

Le novità sulla chiusura delle indagini e il DNA sui pedali

Tra queste novità l’assenza del DNA di Chiara Poggi sui pedali della famosa bicicletta di Stasi, al momento unico condannato in via definitiva per l’omicidio consumatosi nella villetta di via Pascoli il 13 agosto del 2007. Ma la Procura ha aggiunto anche che i RIS nascosero i risultati proprio sui pedali della bici: ci furono due risultati negativi e mai comunicati. Una rivelazione che ha fatto esplodere il dibattito pubblico e televisivo, riaprendo interrogativi su come sia stato possibile che Alberto Stasi sia rimasto in carcere per 11 anni sulla base di una condanna che, oggi, appare sempre più fragile e piena di incertezze.

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L’accusa reciproca: “Avete smontato i pedali”

Ad un certo punto della trasmissione, Garofano accusa Giada Bocellari di essere “scorretta, non faccia affermazioni così roboanti”, mentre l’avvocato incalza: “Voi avete smontato i pedali, avete fatto 15 campionamenti per dimostrare la natura ematica”. L’accusa è pesante e diretta: sembra che i RIS avrebbero smontato i pedali della bicicletta e realizzato ben 15 campionamenti diversi per cercare di dimostrare che quello che trovavano era effettivamente sangue di Chiara Poggi.

Garofano controbatte con determinazione: “Legga tutti gli atti, non abbiamo mai scritto che quello fosse sangue. Quale motivo ci poteva essere nel nascondere qualcosa nel momento in cui i periti e i consulenti discutevano tra di loro?”. La replica mira a disarmare l’accusa principale dell’avvocato, suggerendo che non avrebbero avuto alcun motivo logico di nascondere risultati mentre c’era un dibattito pubblico e tecnico aperto sulla natura dei campioni.

Il contrattacco di Bocellari sulla traccia sui pedali

“Questo non devo spiegarlo, ma le ricordo che come la traccia sulle unghie non valeva niente anche la traccia sui pedali vale zero”, replica Bocellari con tono deciso. L’avvocato di Stasi ribatte cioè che indipendentemente da quello che i RIS hanno trovato o non trovato, la traccia sui pedali della bicicletta non rappresenterebbe comunque una prova credibile della colpevolezza di Alberto Stasi, proprio come non lo era la traccia trovata sulle unghie della vittima.

L’intervento di De Rensis: “Il comando generale dell’Arma indagherà”

Infine interviene De Rensis con una dichiarazione ancora più pesante: “Io ho una certezza: sa chi indagherà moltissimo su cosa avete fatto? Il comando generale dell’Arma dei Carabinieri”. È un’affermazione che va oltre lo scontro legale e tocca direttamente l’integrità dell’istituzione dell’Arma dei Carabinieri. L’avvocato sta implicitamente accusando i RIS di aver commesso errori o, peggio, di aver agito in modo scorretto che potrebbe riguardare l’intera struttura militare.

La risposta di Garofano e la difesa dei RIS

Garofano a questo punto conclude: “Lo faccia, io sono serenissimo, non avevamo nessun interesse a nascondere le cose. Mi sembra che state amplificando tutto”. Il generale appare fiducioso, quasi sereno di fronte alle accuse, sostenendo che non avevano alcun motivo per nascondere dati o risultati agli investigatori e ai periti che erano coinvolti nel procedimento.

Il finale della discussione: la dignità dell’Arma

Ancora De Rensis incalza: “Io credo che sia arrivato il momento per tutti di avere un po’ di dignità perché qui c’è un ballo non solo un caso giudiziario ma qualcosa di più, l’Arma dei carabinieri che potrebbe essere stata oltraggiata, oltre alla morte della povera Chiara e un ragazzo di 24 anni che si è fatto 11 anni di carcere”. Con queste parole, l’avvocato ricapitola gli elementi centrali della questione: non è solo una questione di colpevolezza o innocenza di Stasi, ma riguarda anche l’integrità stessa dell’istituzione militare, il dolore della famiglia Poggi per la morte di Chiara, e l’ingiustizia potenziale nei confronti di un ragazzo che ha passato 11 anni in carcere per un crimine che potrebbe non aver commesso.