lunedì, Ottobre 12

Giorgio Bracardi è morto: da Scarpantibus a Catenacci, il genio comico di Alto Gradimento

«In galeraaaa!». Bastava un urlo, una smorfia o un verso incomprensibile per trasformare una scena in qualcosa di memorabile. Giorgio Bracardi, attore, musicista e comico tra i protagonisti della stagione più innovativa della comicità italiana, è morto. Il suo talento era quello di sorprendere il pubblico con personaggi imprevedibili, tormentoni surreali e improvvisazioni che sfuggivano a qualsiasi schema tradizionale.

Legato alla stagione di Alto Gradimento e successivamente a Quelli della notte, al fianco di Renzo Arbore, Bracardi aveva costruito un linguaggio comico personale, fatto di nonsense, travestimenti, urla e trovate fulminanti. Non aveva bisogno di lunghi monologhi: spesso bastavano pochi minuti per inventare un personaggio capace di restare nella memoria del pubblico.

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Scarpantibus, l’uccellaccio diventato un cult

Tra le sue creazioni più celebri c’è Scarpantibus, un improbabile uccello preistorico ritrovato in Nicaragua, riconoscibile per le piume arruffate, il becco strano e gli scarponi militari. Il personaggio nacque nel contesto di Alto Gradimento, nel 1970, inizialmente attraverso versi e suoni animaleschi pensati per la radio.

La sua forza stava proprio nell’assenza di una spiegazione razionale. Scarpantibus rispondeva alle domande emettendo versi incomprensibili e si muoveva in modo nervoso, saltellando e agitando il corpo. Quando arrivò anche in televisione, la sua presenza scenica amplificò l’effetto comico di un personaggio che sembrava provenire da un universo tutto suo.

Bracardi riusciva a costruire un’intera situazione comica partendo da un’idea apparentemente senza senso. Il pubblico non doveva necessariamente capire: doveva lasciarsi sorprendere dall’assurdità della scena.

L’urlo di Patroclo e le pernacchie al pianoforte

Un’altra delle sue invenzioni più ricordate era il tormentone «Perché non sei venuto? Tin», pronunciato con una serietà destinata a trasformarsi rapidamente in pura follia. Bracardi ripeteva la frase, ne esasperava le vocali, si contorceva e sembrava perdere progressivamente il controllo, fino a esplodere nell’urlo: «Patrocloooo!»

La ripetizione diventava parte dello spettacolo. L’urlo cresceva d’intensità, il corpo accompagnava la voce e la scena si trasformava in un’escalation imprevedibile. Era una comicità fisica e sonora, capace di rompere deliberatamente il ritmo e le aspettative di chi guardava.

Il suo talento musicale contribuiva a rendere ancora più efficaci queste trovate. Figlio di cantanti lirici, Bracardi sapeva suonare il pianoforte e poteva passare da un’esecuzione romantica a un’interruzione completamente inattesa. Mentre intonava melodie sentimentali, inseriva improvvisamente una pernacchia, poi un’altra ancora, mandando in frantumi l’atmosfera che aveva appena costruito.

In questa alternanza tra eleganza musicale e irriverenza si riconosceva il suo stile: il nonsense trasformato in un meccanismo comico consapevole, capace di sorprendere proprio perché arrivava quando nessuno se lo aspettava.

Da Quelli della notte ai personaggi più assurdi

Negli anni Ottanta, con Quelli della notte, Bracardi trovò un altro spazio ideale per le sue incursioni. Nel programma di Renzo Arbore, circondato da personaggi e situazioni diventati celebri, entrava in scena come un elemento di disturbo, pronto a interrompere il ritmo della trasmissione con un nuovo travestimento.

Poteva presentarsi come un ballerino di flamenco, un messicano baffuto, un greco, un cinese o un russo. Ogni apparizione introduceva una nuova maschera, spesso accompagnata da oggetti improbabili e da una caratterizzazione volutamente esagerata. Il gioco si basava sull’imprevedibilità: il pubblico non sapeva quale personaggio sarebbe arrivato né dove sarebbe finita la gag.

Il rapporto con Arbore era fondamentale. Il conduttore gli offriva la spalla perfetta, lasciandogli lo spazio necessario per portare la scena verso territori sempre più surreali. Una domanda o una semplice osservazione potevano diventare il punto di partenza per un nuovo tormentone.

Ermanno Catenacci, la satira del fascista grottesco

Tra i personaggi più noti c’era anche Ermanno Catenacci, un nostalgico del fascismo rappresentato come una figura invasata e caricaturale, con maglione nero, bretelle e pantaloni alla zuava. Attraverso di lui, Bracardi metteva in scena racconti paradossali, popolati da incontri improbabili con Mussolini e altri personaggi del mondo fascista.

Qui il nonsense si accompagnava a una scrittura più strutturata. Gli sketch, brevi ma costruiti con precisione, puntavano sul contrasto tra la convinzione del personaggio e l’assurdità delle situazioni narrate. Catenacci diventava così una maschera comica attraverso cui esasperare atteggiamenti, retorica e contraddizioni.

La capacità di passare da un personaggio puramente sonoro come Scarpantibus a una figura riconoscibile e satirica dimostrava l’ampiezza del repertorio di Bracardi. Dietro l’apparente caos c’erano tempi comici, invenzione e una forte consapevolezza della scena.

Un modo di far ridere fuori dagli schemi

Il percorso di Giorgio Bracardi ha attraversato radio, televisione, musica e spettacolo, lasciando personaggi e tormentoni riconoscibili anche a distanza di decenni. La sua comicità non cercava necessariamente una morale o una conclusione: spesso puntava sull’interruzione, sull’eccesso e sulla sorpresa.

Il sodalizio con Renzo Arbore e le esperienze di Alto Gradimento e Quelli della notte lo hanno inserito in una stagione in cui la radio e la televisione sperimentavano linguaggi nuovi, lontani dalla comicità più convenzionale. Bracardi ne è stato uno degli interpreti più particolari, capace di rendere memorabile anche una semplice pernacchia o una parola urlata senza apparente motivo.

Da Scarpantibus a Patroclo, fino a Ermanno Catenacci, il suo repertorio resta legato a un’idea di comicità libera, imprevedibile e profondamente personale. Un universo assurdo nel quale bastavano pochi secondi per spiazzare il pubblico e trasformare una trovata in un tormentone.