A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a scuotere la giustizia italiana. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio, dirigendosi verso il rinvio a giudizio, ma la vera bomba viene da un’altra direzione: secondo gli investigatori, nei laboratori del Ris di Parma sarebbero stati eseguiti nel settembre 2007 due test di controllo sul Dna trovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Entrambi gli esami avrebbero dato esito negativo. Ma di queste verifiche, sostiene l’accusa, non sarebbe rimasta alcuna traccia negli atti consegnati agli inquirenti.
È la ricostruzione fornita dal Corriere della Sera al termine di quasi due anni di accertamenti condotti dai pm pavesi guidati da Fabio Napoleone e dai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano. Un’ipotesi che, se confermata, potrebbe assumere un peso enorme anche in vista di una possibile revisione del processo che ha portato Stasi alla condanna definitiva di 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata.
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L’anomalia del Dna sui pedali
Il punto centrale riguarda il materiale biologico repertato sui pedali della bicicletta Umberto Dei sequestrata a Stasi. Il 10 settembre 2007 il mezzo era stato sottoposto al luminol e al Combur test per la ricerca di sangue: entrambi gli accertamenti erano risultati negativi. Il giorno successivo vennero effettuati due campionamenti, denominati “bu_p1” e “bu_p2”, poi riuniti nel campione “bu_p”.
A quel punto iniziarono le analisi genetiche. La prima quantificazione, eseguita dai Ris, risultò inibita e dunque negativa. Tre giorni più tardi, il 19 settembre, dopo la purificazione del campione, arrivò però un risultato completamente diverso: 2,78 nanogrammi di Dna, una quantità molto elevata rispetto al precedente esito negativo. Il profilo genetico risultava inoltre perfettamente compatibile con quello di Chiara Poggi.

Fu uno degli elementi che, pochi giorni dopo, contribuirono al fermo di Alberto Stasi. Erano le 14.10 del 24 settembre 2007 quando, sulla base anche della relazione preliminare del Ris, scattò il provvedimento. Quattro giorni più tardi la gip di Vigevano Giulia Pravon non lo convalidò e Stasi tornò libero senza misure cautelari. Quel Dna, però, sarebbe rimasto nel procedimento e sarebbe poi stato valorizzato nel lungo percorso giudiziario concluso con la condanna definitiva.
I test nascosti del 20 settembre
Ed è proprio qui che si inserisce la nuova e clamorosa indagine. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori attraverso i cosiddetti raw data, cioè i dati grezzi prodotti dalle apparecchiature di laboratorio, il 20 settembre 2007 qualcuno avrebbe ripetuto per due volte l’analisi. In entrambi i casi il risultato sarebbe stato negativo. Di queste verifiche, però, secondo la Procura di Pavia non vi sarebbe traccia nel fascicolo processuale. Non sarebbero state comunicate alla Procura di Vigevano, né alle difese. E non sarebbero emerse durante i diversi gradi di giudizio che hanno portato alla condanna di Stasi.
I dati sono stati acquisiti dagli inquirenti al Ris di Parma il 6 novembre 2025. Si tratta dei registri informatici generati dalle macchine utilizzate per gli esami, elementi che hanno consentito di ricostruire il percorso dei campioni analizzati. Sulla documentazione hanno lavorato sia i consulenti della difesa di Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, sia autonomamente i tecnici incaricati dalla Procura. Le rispettive analisi, secondo quanto emerge dall’inchiesta, sarebbero arrivate alle stesse conclusioni sull’esistenza dei due test negativi.
Nei giorni scorsi i magistrati pavesi e i carabinieri guidati dal colonnello Antonio Coppola hanno quindi sentito alcuni militari del Ris coinvolti all’epoca nelle analisi. Venerdì è stato ascoltato anche Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma.
L’ipotesi dell’errore o della sostituzione
Resta da capire che cosa sia accaduto realmente in laboratorio. Già dopo una prima chiusura delle indagini i pm avevano ipotizzato che il dato di 2,78 nanogrammi potesse essere stato provocato da un errore nella registrazione oppure da uno scambio di provette. A insospettire gli investigatori c’è anche un altro particolare: quel campione sarebbe risultato sovrapponibile, fino ai decimali, al reperto numero 29, relativo al cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per fare colazione.
La nuova ipotesi investigativa è che proprio l’anomalia del risultato abbia spinto qualcuno, il giorno successivo, a effettuare altre due verifiche. Verifiche che avrebbero dato esito negativo e delle quali, tuttavia, non sarebbe stato dato conto nel procedimento. È questo il passaggio che potrebbe cambiare ancora una volta il caso Garlasco.
La difesa di Stasi e la revisione
La difesa di Stasi considera infatti i raw data una possibile nuova prova da utilizzare per chiedere la revisione della condanna. Gli stessi dati, secondo i legali, erano stati richiesti più volte negli anni senza essere ottenuti, nonostante un’autorizzazione della Corte d’Appello di Milano. Ora toccherà anche alla procuratrice generale Francesca Nanni valutare il materiale raccolto e le sue eventuali conseguenze sul piano processuale.
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, dunque, il caso torna a ruotare attorno a uno degli elementi più discussi dell’intera inchiesta. Non è ancora una sentenza sulla sentenza, né la prova definitiva di un errore giudiziario. Ma l’ipotesi sulla quale lavora oggi la Procura di Pavia è pesantissima: quel Dna sui pedali, considerato per anni uno degli elementi contro Alberto Stasi, potrebbe non essere mai stato realmente presente in quelle condizioni sul reperto.
Sempio verso il rinvio a giudizio
Tornando a Andrea Sempio, si va verso il rinvio a giudizio. I pm hanno depositato nuovi atti tra cui consulenze per rafforzare le accuse, a partire da quella sul Dna e da quella sull’impronta della scarpa del killer. Partiamo dall’impronta 33, quella rilevata sul muro della scala accanto al punto in cui venne trovato il corpo di Chiara Poggi. Le nuove valutazioni dei pm confermano l’attribuzione della traccia a Sempio, già indicata in precedenza, ma aggiungono un elemento destinato ad alimentare ulteriormente il confronto investigativo: non si può escludere che chi abbia toccato quel muro avesse le mani imbrattate di sangue.
C’è poi il capitolo delle calzature. Secondo le nuove consulenze, gli accertamenti non consentirebbero di sostenere l’esistenza di una incompatibilità fisica tra la conformazione del piede di Sempio e la traccia di scarpa attribuita all’assassino. Si tratta dell’impronta riconducibile a una Frau numero 42 che, stando agli ultimi esami, risulterebbe compatibile con le misure del piede dell’indagato. Un altro tassello che gli inquirenti stanno inserendo nella nuova ricostruzione del delitto di Garlasco.
Venti anni dopo, ancora domande senza risposta
La storia del caso Garlasco è una lezione amara sulla fragilità della giustizia. Un delitto che non perdona, una giovane vita interrotta, e un procedimento che per due decenni ha sollevato interrogativi sulla correttezza degli accertamenti e sulla gestione delle prove. Oggi, con la scoperta dei raw data, quelle domande tornano più urgenti che mai. Resta da vedere se questo nuovo capitolo riuscirà finalmente a fare luce su ciò che è accaduto realmente quella notte di novembre del 2007 a Garlasco.