Una storia che la sinistra italiana preferirebbe dimenticare, ma che i documenti storici ripescano inesorabilmente. Quando Giorgia Meloni e Giuseppe Valditara hanno annunciato lo scorso weekend una misura per limitare la concentrazione di alunni stranieri nelle classi, il dibattito politico si è infiammato. La sinistra ha urlato al razzismo, al pericolo dei “ghetti scolastici”, alla segregazione.
Ma c’è un piccolo problema: la stessa sinistra, nella sua versione più storica e autorevole, aveva già proposto esattamente la stessa cosa. Non trent’anni fa. Non cinquant’anni fa. Negli anni Novanta. Quando al governo c’era gente come Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema.
La circolare di Mattarella del 1990: il precedente più imbarazzante
Partiamo dal precedente più imbarazzante per la sinistra progressista odierna. Nel 1990, quando Sergio Mattarella era Ministro della Pubblica Istruzione, emanò una circolare che — guarda un po’ — “imponeva un limite alla concentrazione nella stessa classe di alunni dello stesso gruppo linguistico” e prevedeva “una distribuzione di poche unità per classe per favorire l’integrazione”.
È esattamente quello che oggi il governo Meloni sta cercando di fare. È il principio identico: evitare la concentrazione, favorire l’integrazione, impedire la formazione di classi “ghetto”. La sola differenza è il nome di chi lo propone.

Ma Mattarella non era un reazionario di ultradestra. Era un progressista, un democristiano di centro, e soprattutto è rimasto il Presidente della Repubblica per quasi due decenni. Le sue posizioni erano considerate equilibrate e ragionevoli. Eppure, quella circolare conteneva esattamente quello che oggi la sinistra chiama “razzismo”.
La legge Turco-Napolitano del 1998: quando D’Alema e Bersani la votarono
Ma il vero colpo arriva quando ci si addentra nei meandri legislativi degli anni Novanta. Nel marzo 1998, durante il primo Governo Prodi, il Parlamento approvò la cosiddetta legge Turco-Napolitano (legge 40/1998) sulla disciplina dell’immigrazione. Chi c’era dietro? Romano Prodi stesso, naturalmente, ma anche Livia Turco, Lamberto Dini e Giorgio Napolitano come ministri proponenti.
Ma non basta. Quella legge portò alla redazione del Testo unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286/1998), emanato nell’estate dello stesso 1998. E qui, qui arrivano gli autografi che fanno tremare la sinistra.
Chi firma? Il Presidente Oscar Luigi Scalfaro, il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, il Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer (cugino di Enrico), il Ministro del Tesoro Lamberto Dini, il Ministro degli Affari Esteri Dini, la Ministra della Sanità Rosy Bindi. Praticamente l’intera sinistra storica italiana.
Il D.P.R. 394 del 1999: quando Bersani e D’Alema controfirmano
Ma arriviamo al provvedimento ancora più specifico: il D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, che attua le norme regolamentari del Testo unico sull’immigrazione. Chi lo emana? Il nuovo Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Chi lo controfirma? Massimo D’Alema, nuovo Presidente del Consiglio, e gli altri ministri tra cui — sentite bene — l’“accoglientissimo” Pierluigi Bersani.
Ecco, Bersani. Colui che oggi grida al razzismo per la misura di Meloni. Nel 1999, quando quella misura aveva un rango legislativo inferiore e una formulazione persino meno esplicita, Bersani la controfirmava come Ministro.
L’articolo 45: il testo che nessuno legge più
Veniamo al cuore della questione. Nel D.P.R. 394 del 1999, al terzo comma dell’articolo 45, si legge testualmente:
“Il collegio dei docenti formula proposte per la ripartizione degli alunni stranieri nelle classi; la ripartizione è effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri”.
Niente di più, niente di meno che il principio teso ad evitare a tutti i costi la segregazione, le classi “ghetto”. È una norma che dice: dovete evitare che in una classe risulti predominante la presenza di stranieri. Avete capito cosa dice? Esattamente quello che dice la misura di Meloni e Valditara.
La sinistra l’aveva scritto nella legge. La sinistra l’aveva sottoscritto. E oggi la sinistra la contesta. Perché? Perché non è più la sinistra a proporla.
Il paradosso della sinistra: l’inversione del Nixon goes to China effect
Quello che emerges è un curioso paradosso che sa di speculazione propagandistica. È quello che la scienza politica chiama “policy reversal”: quando l’avversario politico realizza in modo strutturale una misura che, in qualche modo, aveva albergato nella tradizione politica della vostra parte, la ridefinite e la contestate proprio perché è diventata bandiera dell’avversario.
È l’inverso dell’effetto “Nixon goes to China”: quando è un conservatore a fare una mossa progressista (come Nixon che va in Cina), viene riconosciuto il merito. Quando è un progressista a fare una mossa conservatrice… ebbene, allora la sinistra italiana sa benissimo come comportarsi: dimenticanza selettiva della storia.
I padri della sinistra italiana dovrebbero adorare Meloni per questa misura. Erano tutti sulla linea del tetto massimo agli stranieri nelle classi: Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Prodi, Bersani, D’Alema, la Bindi. Eppure ci troviamo ad evidenziare il cortocircuito dei progressisti odierni, eredi politici di quei nomi e quella tradizione, che — col contesto competitivo cambiato — si stracciano le vesti per una misura che hanno storicamente sempre difeso.
La differenza formale: legge vs regolamento
L’unica differenza formale tra la misura del 1999 e quella odierna è che nel 1999 era contenuta in un regolamento ministeriale (D.P.R.), mentre oggi viene proposta come legge primaria. Ma il contenuto è identico. L’obiettivo è identico. Il principio è identico.
Se la norma era giusta nel 1999, è giusto anche oggi. Se era ingiusta e razzista oggi, era altrettanto ingiusta e razzista ieri. Non è possibile usare la stessa misura quando la propone la sinistra e contestarla quando la propone la destra, mantenendo una coerenza logica e morale.
Lo scontro ideologico vince sulla coerenza politica
Quello che emerge è l’exemplificazione banale dell’appartenenza ideologica che pesa più della coerenza della posizione politica. La sinistra italiana ha dimostrato, attraverso i fatti storici, che credeva in questa misura. Ma quando la misura viene proposta dalla destra, la sinistra è costretta a contestarla per ragioni di appartenenza al blocco progressista.
Non è una questione di principio. È una questione di chi lo propone. E questo è profondamente disonesto dal punto di vista politico e intellettuale.
Il monito di Mattarella: il presidente che conosce la sua storia
Interessante notare che, proprio pochi giorni prima della proposta di Meloni, il Presidente Mattarella ha lanciato il monito “No ghetti”. È un monito che, evidentemente, il Presidente conosce la propria storia legislativa. Nel 1990, quando era Ministro dell’Istruzione, lui stesso stava cercando di evitare i “ghetti scolastici” attraverso una circolare che limitava la concentrazione di stranieri.
Quando Mattarella dice “No ghetti”, sta dicendo la stessa cosa che la sua circolare del 1990 tentava di fare. La misura di Meloni è, almeno dal punto di vista dei principi, in linea con quello che Mattarella stesso ha sempre sostenuto.
La domanda inevitabile: qual è il vero interesse?
Se la misura è giusta, lo è indipendentemente da chi la propone. Se è sbagliata, lo è indipendentemente da chi la propone. Ma la sinistra italiana ha scelto un terzo percorso: cambiar posizione a seconda di chi guida il governo. Ed è questo il vero scandalo politico.
Non è il contenuto della misura di Meloni che dovrebbe preoccupare. È la facilità con cui la sinistra italiana tradisce i propri principi storici quando il contesto politico lo richiede.