Garlasco non smette mai di far discutere, ogni puntata televisiva aggiunge un tassello cruciale, ogni dichiarazione riapre ferite che credevano cicatrizzate. A È Sempre Cartabianca, nel salotto di Bianca Berlinguer su Rete 4, si è tornati a parlare dell’omicidio di Chiara Poggi con toni altissimi e rivelazioni che mettono radicalmente in discussione diciannove anni di indagini, di processi, di condanne.
Al centro del dibattito non solo il futuro giudiziario di Andrea Sempio e Alberto Stasi, ma soprattutto il comportamento degli uomini e delle donne che avrebbero dovuto cercare la verità con onestà, e che invece, secondo le accuse che emergono, l’avrebbero nascosta, occultata, deviata. Milo Infante, il celebre conduttore di approfondimenti giudiziari, ha rivelato un retroscena clamoroso che getta una nuova luce sulla figura del colonnello Luciano Garofano, l’ex comandante dei RIS di Parma che è stato una figura centrale nelle indagini.
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La vacanza di Garofano: America o Brasile?
Milo Infante ha svelato un retroscena dirompente sull’ex comandante dei RIS di Parma, Luciano Garofano,
ospite a È Sempre Cartabianca, il programma di attualità e approfondimento politico e sociale di Rete 4 condotto da Bianca Berlinguer. Il conduttore ha ricordato un episodio legato ai primissimi giorni dopo il delitto di Chiara Poggi, un dettaglio che nel corso degli anni sembra essere stato offuscato o sottovalutato.
“Non abbiamo mai affrontato bene questo argomento”, ha detto Infante, “ma lo ricordo anche io. All’indomani della morte di Chiara, quando sentimmo per la prima volta il generale Garofano, all’epoca solo colonnello, ci disse che era in vacanza”. Una vacanza, però, nel momento cruciale dell’inizio dell’inchiesta più importante della sua vita professionale.
Infante ha aggiunto un dettaglio cruciale e conflittuale: “Io ricordo in America, mentre oggi leggo dal suo ex vice, Pizzamiglio, che era in Brasile”. Non è un dettaglio da poco. L’ubicazione geografica durante un momento critico come i giorni immediatamente seguenti a un omicidio rivela quanto chi avrebbe dovuto coordinare le indagini era fisicamente lontano dal luogo dei fatti.
Ricordo che Garofano “mi disse che era in America e che aveva riscontrato grandi difficoltà a farsi autorizzare dalla dottoressa Muscio determinate analisi”. Sono parole che, a distanza di quasi vent’anni, gettano una nuova e inquietante luce sull’inizio delle indagini più controverse della cronaca italiana moderna.
Le analisi nascoste sui pedali della bici di Stasi: il sospetto di omissione
Ma la rivelazione più sconcertante riguarda le analisi nascoste sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi,
la prova che era stata considerata centrale dall’accusa per dimostrare che Stasi aveva usato la bicicletta per recarsi sul luogo del delitto. Secondo quanto emerso durante la trasmissione, il capitano Marino ha effettuato di sua iniziativa due test sui pedali della bicicletta di Stasi che sono risultati completamente negativi, cioè non hanno rilevato tracce di sangue di Chiara Poggi. Ma anziché segnalare questi risultati ai suoi superiori e ai magistrati, ha fatto finta di non averli mai fatti, tenendoli nascosti a tutti.
Milo Infante ha commentato questa scoperta con parole durissime: “Il capitano Marino ha fatto di sua iniziativa due test che sono risultati negativi e ha fatto finta di non averli mai fatti tenendoli nascosti ai suoi superiori”. Una rivelazione che, se confermata, avrebbe dell’incredibile e che mette completamente in discussione uno dei pilastri fondamentali dell’accusa contro Alberto Stasi. Secondo l’accusa storica, le tracce di sangue sui pedali della bicicletta avrebbero dimostrato inequivocabilmente l’uso della bicicletta da parte di Stasi per recarsi sul luogo del delitto di Chiara Poggi. Oggi, quella prova crolla e al suo posto rimane solo il sospetto di un occultamento deliberato di prove esculpanti.
De Rensis attacca: “Non anomalie, si chiama omissione”
Antonio De Rensis, leader del collegio difensivo di Alberto Stasi, ha attaccato frontalmente il colonnello Marino con parole che non lasciano spazio a interpretazioni o compromessi:
“Ciò che ha fatto il colonnello Marino si chiama omissione, perché il consulente del pubblico ministero deve avere un rapporto fiduciario col pubblico ministero, non deve riferire al generale. Il poliziotto non deve riferire al questore, è un rapporto consulente, pubblico ministero”. De Rensis ha poi sottolineato l’importanza di queste analisi nascoste: “Quelle due repliche negative non sono state consegnate non solo agli altri consulenti, ma al pubblico ministero che quattro giorni dopo, sulla scorta invece delle analisi del giorno prima, ha effettuato il fermo”.
De Rensis ha lanciato un appello accorato alla onestà intellettuale: “Forse, se il pubblico ministero avesse avuto quelle due repliche negative, forse il fermo non l’effettuava, forse faceva nuovi accertamenti. Quindi io chiedo a tutte le persone intellettualmente oneste che parlano in televisione di non dire anomalie e stranezze, questa si chiama omissione”. È un’accusa gravissima: non si tratta di errori proceduali o di metodologia scientifica dubbia, ma di occultamento deliberato di prove che avrebbero potuto cambiare il corso dell’inchiesta.
I disastri del RIS: impronta sul muro, unghie di Chiara, altri errori
Ma gli errori e le omissioni del RIS non si fermano alle analisi nascoste sulla bicicletta.
Non solo l’analisi nascosta, dall’impronta sul muro alle unghie di Chiara, i disastri del RIS a Garlasco rischiano di riscrivere completamente l’intera inchiesta. Il capitano Venturi, l’affascinante protagonista della serie televisiva “RIS, Delitti Imperfetti”, è finito al centro delle critiche per una serie preoccupante di errori che hanno compromesso prove fondamentali. Garlasco diventa così il simbolo di un’inchiesta nata male sin dall’inizio, caratterizzata da repertamenti approssimativi, analisi incomplete e consulenze opache che hanno gettat un’ombra su tutto il procedimento.
Una verità ancora sospesa dopo diciannove anni
Mentre la trasmissione di Bianca Berlinguer rilancia il caso con nuove evidenze,
una domanda resta sospesa e rimbalza tra le intercettazioni intercettate di Andrea Sempio con la madre: hanno paura che esca fuori un’altra verità su Stasi, una verità diversa da quella che il sistema giudiziario ha consacrato con una condanna definitiva. Una verità che, dopo diciannove anni dal delitto di Chiara Poggi, l’Italia aspetta ancora di conoscere con certezza. Le trasmissioni televisive continuano a scavare, i giornali continuano a indagare, ma la giustizia ufficiale rimane intrappolata in una sentenza che potrebbe basarsi su prove occultate, su errori gravissimi, su omissioni che hanno deviato il corso della ricerca della verità.
Due piste parallele: Sempio e Stasi verso il giudizio
La Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio, confermando l’impianto accusatorio e avviandosi verso una possibile richiesta di processo.
Sul fronte Alberto Stasi, invece, la difesa sta valutando una richiesta di revisione della condanna definitiva a 16 anni.
Il caso Garlasco vive quindi una doppia pista che sembra non incontrarsi mai, da un lato un nuovo indagato che potrebbe andare a processo, dall’altro un condannato definitivo che potrebbe tornare in aula per dimostrare la sua innocenza. Ma le basi su cui sono costruite entrambe le piste cominciano a crollare sotto il peso delle rivelazioni e delle omissioni che emergono ogni giorno.