lunedì, Ottobre 5

Ricina, il professor Locatelli: “Antonella e Sara non potevano salvarsi”. Il caso resta senza precedenti

Il caso di Pietracatella, in Molise, assume contorni sempre più inquietanti dopo le conclusioni del professor Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Il medico ha coordinato il team che ha individuato la ricina nel sangue di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte a distanza di poche ore nella notte tra il 27 e il 28 dicembre scorso.

Secondo Locatelli, quello di Pietracatella rappresenta un caso senza precedenti nella letteratura scientifica. Il professore ha spiegato che si tratta dei primi due casi al mondo nei quali è stata accertata in maniera inequivocabile la morte provocata da un’intossicazione da ricina, senza che prima del decesso fosse stata segnalata dalle vittime l’assunzione della sostanza.

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“Non ci sono precedenti analoghi”

La difficoltà dell’indagine scientifica è legata soprattutto alla natura della sostanza individuata. La ricina è una proteina estremamente complessa da ricercare e confermare e, proprio per questo, gli specialisti hanno dovuto ripetere le analisi numerose volte prima di arrivare a una conclusione ritenuta certa.

Locatelli ha ricordato che nel 2025 erano stati pubblicati sette casi italiani di intossicazione da ricino. In quelle circostanze, però, si trattava di episodi accidentali e le vittime avevano riferito di aver mangiato i semi della pianta. Questo aveva consentito ai medici di intervenire tempestivamente e, in quei casi, le persone erano sopravvissute.

“A quei livelli non si sarebbero potute salvare”

Una delle domande più delicate riguarda la possibilità che Antonella e Sara avrebbero potuto essere salvate se fosse stata individuata prima la causa dell’intossicazione. Secondo il professor Locatelli, l’anamnesi è certamente fondamentale per orientare rapidamente le cure, ma nel caso delle due vittime la quantità di ricina rilevata sarebbe stata comunque determinante.

“La concentrazione di ricina che abbiamo trovato nelle vittime è così alta che a questi livelli non si sarebbero potute salvare”, ha spiegato il medico. Locatelli ha però precisato di non voler entrare nel merito delle tempistiche e delle modalità delle cure somministrate, aspetti che rientrano nelle valutazioni di carattere medico e giudiziario.

Il mistero del marito

madre e figlia ricina avvelenate

Resta inoltre da chiarire la posizione di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Alla domanda sulla possibilità di escludere che anche lui abbia assunto ricina, Locatelli ha risposto negativamente.

Il motivo è legato alle condizioni del campione di sangue analizzato: secondo il professore, il campione era stato precedentemente conservato a 4 gradi, circostanza che ne avrebbe invalidato l’attendibilità. Anche l’eventuale assunzione della sostanza, inoltre, non avrebbe necessariamente prodotto gli stessi effetti in ogni individuo.

La ricina sarebbe stata ingerita

Nella relazione consegnata alla Procura di Larino, il team ha indicato l’ingestione come modalità compatibile con l’intossicazione. Locatelli ha spiegato che l’inalazione sarebbe stata associata ad altri sintomi respiratori, mentre l’ipotesi dell’iniezione sarebbe stata incompatibile con l’assenza delle relative lesioni.

Il professore ha quindi indicato l’ingestione come l’ipotesi che, sulla base degli elementi analizzati, rimaneva da considerare. Le ulteriori analisi dovranno contribuire a ricostruire in modo più preciso come la sostanza sia entrata in contatto con le vittime.

Le analisi nella casa della famiglia

Una parte dell’attività investigativa è stata affidata anche agli esperti dell’Istituto Robert Koch tedesco. Il loro compito riguarda l’analisi di ciò che si trovava nell’abitazione della famiglia Di Vita e che avrebbe potuto rappresentare un possibile veicolo della sostanza.

Sono stati effettuati anche campionamenti su diverse superfici presenti nella casa. Secondo Locatelli, gli esperti tedeschi potrebbero chiedere una proroga della consulenza, mentre il confronto scientifico tra i diversi gruppi di ricerca viene considerato particolarmente importante proprio per la complessità delle analisi.

“Siamo impalliditi”

Il momento in cui il laboratorio ha ottenuto il primo riscontro positivo alla presenza della ricina è stato particolarmente significativo anche per gli stessi specialisti. Locatelli ha raccontato che lui e il suo team sono rimasti profondamente colpiti dalla scoperta, anche per le possibili conseguenze che una notizia simile avrebbe potuto avere.

Tra le principali preoccupazioni indicate dal professore c’è infatti il rischio di emulazione. La scoperta di un caso di questo tipo, secondo Locatelli, potrebbe infatti attirare l’attenzione di persone intenzionate a utilizzare sostanze velenose.

Un caso ancora pieno di interrogativi

Il caso di Pietracatella resta quindi al centro di un’indagine scientifica e giudiziaria particolarmente complessa. La scoperta della ricina ha permesso di chiarire la causa delle morti di Antonella e Sara, ma lascia ancora aperte molte domande sulla dinamica dell’intossicazione e sulle circostanze che hanno portato alla presenza della sostanza.

Locatelli ha definito la vicenda un caso che rischia di trasformarsi in una sorta di “Garlasco 2”, auspicando però che non rimanga un mistero irrisolto. La ricina, ha sottolineato, non è una sostanza di facile reperibilità e la sua preparazione richiede competenze e strumenti specifici.

Per questo motivo, oltre alla ricostruzione di quanto accaduto nell’abitazione della famiglia Di Vita, l’inchiesta dovrà concentrarsi anche sull’origine della sostanza e sulle modalità con cui è entrata nella disponibilità di chi l’avrebbe utilizzata. Sono proprio questi gli interrogativi che potrebbero determinare i prossimi sviluppi del caso.