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Midterm Usa, i democratici conquistano Camera e Senato: Trump ammette il peso della guerra in Iran

Le elezioni di midterm del 3 novembre si chiudono con una pesante sconfitta per Donald Trump e il Partito repubblicano. I democratici conquistano il controllo sia della Camera dei Rappresentanti sia del Senato, ribaltando gli equilibri di Washington e aprendo una nuova fase di confronto tra il Congresso e la Casa Bianca.

Il risultato rappresenta un ostacolo significativo per il presidente americano, che dovrà affrontare gli ultimi due anni del mandato con entrambe le Camere controllate dall’opposizione. I democratici potranno incidere sull’attività legislativa e intensificare il controllo sull’amministrazione, anche attraverso audizioni, indagini e richieste di documenti.

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Trump ha respinto l’idea che il voto rappresenti una bocciatura personale, ma ha riconosciuto che la guerra contro l’Iran e l’aumento dei prezzi del carburante potrebbero aver contribuito alle difficoltà repubblicane. Ha comunque ribadito di non pentirsi della decisione di entrare in conflitto: «Ho fatto la cosa giusta, lo rifarei».

La conquista del Senato e il cambio degli equilibri a Washington

Dopo le proiezioni che avevano assegnato ai democratici la maggioranza alla Camera, è arrivata anche la conquista del Senato. Il partito ha superato la soglia necessaria per controllare l’assemblea, grazie a una serie di vittorie in Stati tradizionalmente favorevoli ai repubblicani.

Tra i risultati più rilevanti ci sono le vittorie di James Talarico in Texas contro Ken Paxton, di Adam Hamilton in Kansas contro Roger Marshall e di Sherrod Brown in Ohio contro Jon Husted. I democratici hanno conquistato anche seggi in North Carolina, South Carolina e Iowa. In precedenza, il partito aveva mantenuto il controllo dei propri seggi più esposti.

La nuova maggioranza modifica profondamente i rapporti di forza istituzionali. Con Camera e Senato nelle mani dei democratici, Trump dovrà negoziare con un Congresso che potrà bloccare o modificare parte della sua agenda. I media americani hanno ripreso per il presidente l’espressione «lame duck», letteralmente «anatra zoppa», utilizzata per indicare un leader politicamente indebolito nella fase finale del mandato.

Trump: «Non considero il risultato un colpo nei miei confronti»

Intervenendo a Fox News, il presidente ha cercato di ridimensionare il significato politico della sconfitta. «Non lo considero un colpo nei miei confronti», ha dichiarato, sostenendo che la sua amministrazione abbia vissuto «i due anni migliori nella storia della presidenza» sul fronte economico e dei risultati raggiunti.

Trump ha anche riconosciuto il lavoro degli avversari: «Penso che i democratici abbiano fatto un buon lavoro. Davvero. Hanno combattuto duramente». In un altro passaggio ha sostenuto che, se il suo nome fosse comparso sulla scheda elettorale, i repubblicani avrebbero ottenuto una vittoria schiacciante.

Il presidente ha inoltre anticipato come intende affrontare il nuovo Congresso. Ha minacciato di ricorrere al veto contro i provvedimenti che riterrà inaccettabili, dicendosi comunque convinto che dopo una fase di scontro sarà possibile trovare un accordo. «Mi manderanno provvedimenti folli e io metterò il veto. Dopo un paio di mesi di veti chiameranno e diranno: come facciamo a portare a termine queste cose? A quel punto lavoreremo insieme», ha affermato.

La guerra in Iran e il costo della vita al centro del voto

Tra i temi che hanno pesato sulla campagna elettorale ci sono la situazione economica, il costo della vita e la guerra contro l’Iran. Trump ha ammesso che il conflitto potrebbe aver avuto un effetto sul risultato, soprattutto per le conseguenze sui prezzi dei carburanti. In un’intervista al New York Times ha sostenuto che gli elettori non fossero contrari alla questione iraniana, ma probabilmente insoddisfatti dell’aumento dei prezzi del petrolio.

Il presidente ha però escluso qualsiasi ripensamento sulla scelta militare. In un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato di non avere rimpianti e di essere pronto a ripetere la stessa decisione. Al Financial Times, invece, ha affermato che gli Stati Uniti non avrebbero in programma un attacco immediato contro l’Iran, sostenendo che Washington starebbe già ottenendo i risultati desiderati.

I dati dei sondaggi tra gli elettori restituiscono un quadro di diffusa insoddisfazione. Una rilevazione dell’Associated Press citata durante la diretta indica che circa sei americani su dieci disapprovano l’operato di Trump. Anche il costo della vita e la percezione della corruzione all’interno del governo emergono tra le principali preoccupazioni.

Le vittorie democratiche negli Stati e il nuovo scenario politico

Oltre al Congresso, le elezioni hanno prodotto risultati importanti anche nelle competizioni per i governatorati. In Wisconsin David Crowley ha vinto la corsa diventando il primo governatore afroamericano nella storia dello Stato. In Iowa il democratico Rob Sand ha conquistato l’incarico, riportando il partito alla guida dello Stato dopo vent’anni. Phil Weiser ha vinto in Colorado, mentre Kathy Hochul è stata riconfermata a New York.

Il voto ha quindi ridisegnato gli equilibri politici non soltanto a Washington, ma anche in diversi Stati. Per Trump si apre una fase più complessa: il presidente conserva i poteri dell’esecutivo, compreso quello di veto, ma non potrà più contare su una maggioranza repubblicana in grado di sostenere automaticamente le sue iniziative legislative.

La nuova composizione del Congresso avrà conseguenze soprattutto sulla seconda parte del mandato, tra negoziati sulle leggi, controllo parlamentare e possibili indagini sull’amministrazione. La vittoria democratica non determina automaticamente l’interruzione delle politiche presidenziali, ma cambia in modo sostanziale le condizioni in cui Trump dovrà portarle avanti.