Nuovi sviluppi nell’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini, la 29enne uccisa a Milano dall’ex compagno Gianluca Soncin. Secondo quanto riferito da Fanpage.it, il Dna individuato sul nastro adesivo utilizzato per richiudere la bara dopo l’asportazione della testa della giovane non sarebbe riconducibile a Francesco Dolci, l’unica persona attualmente indagata per la vicenda.
Il materiale genetico recuperato sarebbe inoltre misto, cioè composto da tracce riconducibili a più persone. Gli accertamenti dei carabinieri del Ris sono ancora in corso e dovranno chiarire a chi appartengano i profili individuati e se possano fornire elementi utili per ricostruire quanto accaduto nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo.
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Il Dna sul nastro adesivo: perché è importante
La traccia biologica è stata individuata sul nastro adesivo impiegato per richiudere la bara dopo la profanazione. Secondo la ricostruzione riportata da Fanpage.it, il nastro sarebbe stato strappato con i denti prima di essere utilizzato, circostanza che potrebbe aver favorito il deposito di materiale biologico.

Il risultato preliminare, secondo le informazioni pubblicate, non sarebbe compatibile con il profilo genetico di Francesco Dolci. Si tratta di un elemento che gli investigatori dovranno valutare insieme agli altri reperti raccolti durante le indagini.
La presenza di una traccia non riconducibile all’indagato, tuttavia, non basta da sola a stabilire chi abbia compiuto la profanazione. Sarà necessario chiarire quando il materiale biologico sia stato depositato e se abbia un collegamento diretto con l’apertura della sepoltura.
Traccia genetica mista: potrebbe appartenere a più persone
Un altro elemento da approfondire riguarda la composizione del Dna. Secondo quanto riferito dalla testata, il campione sarebbe misto e potrebbe quindi contenere materiale genetico di più individui.
Al momento non sarebbe stato chiarito se la traccia sia riconducibile a due uomini oppure a un uomo e una donna. Una fonte citata da Fanpage.it avrebbe considerato più probabile la seconda ipotesi, ma si tratta di una valutazione preliminare, non di una conclusione definitiva.
I laboratori del Ris dovranno verificare la composizione del campione e valutare se sia possibile ottenere profili genetici utilizzabili per eventuali confronti. Anche qualora fosse possibile identificare più persone, resterebbe da accertare in quale circostanza le loro tracce siano finite sul nastro adesivo.
Chi è Francesco Dolci, l’unico indagato
Francesco Dolci, 41 anni, è un imprenditore originario di Sant’Omobono Terme, in provincia di Bergamo. È l’unica persona attualmente indagata nell’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini, con le ipotesi di reato di vilipendio di cadavere e furto della testa della giovane.
Pamela era stata uccisa a coltellate a Milano dall’ex compagno Gianluca Soncin e successivamente sepolta nel cimitero di Strozza. In un momento successivo, la sepoltura era stata aperta e il corpo profanato, con l’asportazione della testa.
L’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna. Anche il risultato relativo al Dna dovrà essere inserito nel quadro complessivo degli accertamenti, senza trarre conclusioni anticipate sulle responsabilità.
Gli accertamenti sulla lapide e sui materiali della sepoltura
Le indagini, condotte dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Bergamo, si concentrano anche sugli elementi utilizzati per richiudere la tomba. Gli investigatori stanno esaminando la parte interna della lapide provvisoria e altri materiali che potrebbero conservare impronte o tracce biologiche.
Tra i reperti sottoposti ad analisi ci sarebbe anche un tassello collocato nella parte superiore della struttura. L’obiettivo è individuare eventuali elementi che permettano di ricostruire le modalità della profanazione e capire se abbia agito una sola persona oppure se siano intervenuti più soggetti.
Al momento, sulla presenza di eventuali complici non ci sono conclusioni definitive. I risultati delle analisi dovranno essere confrontati con gli altri elementi raccolti dagli investigatori.
Le analisi medico-legali per capire quando è avvenuta la profanazione
Parallelamente agli accertamenti sui reperti, proseguono gli approfondimenti medico-legali e antropologici. Gli specialisti stanno esaminando le caratteristiche del taglio alla base del collo della giovane, con l’obiettivo di ottenere indicazioni sullo strumento utilizzato per l’asportazione della testa.
Secondo la ricostruzione riportata nell’articolo originale, tra gli esperti coinvolti figurano Matteo Marchesi, primario dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, e l’antropologo forense Marco Cummaudo, legato al gruppo di lavoro del Labanof di Milano.
Un altro interrogativo riguarda il momento in cui sarebbe stata profanata la tomba. La scoperta è avvenuta nel marzo 2026, mentre l’ipotesi investigativa riportata dalla testata colloca l’episodio diversi mesi prima, presumibilmente nel novembre 2025. Le valutazioni medico-legali dovranno contribuire a verificare la compatibilità di questa ricostruzione con gli elementi disponibili.
Chi ha profanato la tomba di Pamela Genini? Gli interrogativi ancora aperti
Il caso resta al centro degli accertamenti. Il Dna sul nastro adesivo, che secondo le informazioni pubblicate non sarebbe riconducibile all’unico indagato e potrebbe appartenere a più persone, rappresenta un elemento da approfondire, ma non consente ancora di identificare gli autori della profanazione.
Gli investigatori dovranno chiarire a chi appartenga il materiale genetico, quando sia stato depositato e se sia collegato direttamente all’episodio. Restano inoltre da ricostruire le modalità dell’apertura della sepoltura, il momento dell’asportazione della testa e l’eventuale coinvolgimento di più persone.
Le risposte sono attese dai nuovi esami del Ris e dagli approfondimenti medico-legali. Fino alla conclusione delle verifiche, la ricostruzione della profanazione e le eventuali responsabilità restano da accertare.