Il Partito Democratico è in piena crisi di consensi, mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte risale inesorabilmente. L’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere della Sera fotografa una situazione devastante per la sinistra italiana: il Pd scende al 19,5%, sotto la soglia storica di Letta, mentre il M5S rimane stabile al 14,5%. Il distacco tra i due partiti si è ridotto a soli 5 punti percentuali, un dato che due anni fa sembrava impensabile.
Antonio Polito, veterano del giornalismo e della politica, lancia oggi un allarme sul Corriere della Sera: l’avvocato del popolo si sta letteralmente mangiando il principale partito del campo largo. Non è solo una questione di numeri, sottolinea Polito, ma anche di sensazioni politiche: Conte è diventato il mattatore assoluto della scena politica a sinistra. Lui detta l’agenda.
Leggi anche:Sondaggi Piepoli, FdI e Vannacci perdono terreno: Pd insegue, italiani divisi su alleanze
Leggi anche:Foto modificata con l’IA di Matilde Siracusano, Vannacci respinge le accuse
Leggi anche:Sondaggio Ipsos Doxa: Vannacci stacca PD e M5s, il nuovo scenario politico italiano per le elezioni 2026
La traiettoria del crollo Pd e della risalita M5S

Il trend è cristallino per chi mastica sondaggi da decenni. Nel giugno 2024, il Pd era al 23,8% mentre il M5S si fermava al 10,3%: una distanza di 13,5 punti percentuali. Da allora il divario si è progressivamente ridotto mese dopo mese.
Nel settembre 2024 il Pd era al 23,2% e il M5S all’11,7%, con una distanza di 11,5 punti. Un anno dopo, nel settembre 2025, il rapporto era di 21,8% contro 13%, pari a 8,8 punti. A marzo 2026 la distanza era ancora di circa 8,7 punti. Ma negli ultimi mesi il riavvicinamento è accelerato drammaticamente.
Il Pd ha continuato a perdere terreno, mentre il Movimento ha mantenuto o incrementato il proprio consenso. L’ultima rilevazione porta così il rapporto a 19,5% contro 14,5%. In poco più di due anni la distanza tra i due partiti è passata da 13,5 a 5 punti, un crollo di 8,5 punti percentuali che rappresenta una riconfigurazione strutturale del panorama della sinistra italiana.
Conte detta l’agenda, Schlein rimane silente
Secondo Polito, il quadro politico è ancora più drammatico se osservato dal punto di vista strategico. Conte al Partito Democratico, che dopo averle inventate tentenna sulle primarie, dice perentoriamente: o primarie o morte. A Elly Schlein, che ripete il mantra “prima il programma”, Conte risponde presentando il suo programma mentre quello del Pd non c’è ancora.
Questa asimmetria strategica mette Schlein con le spalle al muro su tutti i punti cruciali della politica estera, del riarmo, degli aiuti all’Ucraina. Su questi temi il M5S ha già posizioni chiarissime e le comunica al pubblico, mentre il Pd naviga nell’incertezza tra le diverse anime interne.
Il risultato è che Conte appare come l’unico leader della sinistra che ha effettivamente una visione coerente e la comunica in modo convincente. Schlein, al contrario, rimane intrappolata nella necessità di tenere insieme una coalizione che già traballa.
M5S + Avs già maggioranza nel campo largo
C’è un dato che dovrebbe fare tremare i riformisti del Pd: la somma di Avs e M5S è già maggioranza nel campo largo. Questo significa che Conte e Bonelli, uniti, potrebbero potenzialmente prevalere su Schlein e il Pd in una qualsiasi votazione interna sulla strategia della coalizione.
È una situazione che ribalta completamente i rapporti di forza rispetto a pochi mesi fa. Quando Schlein è diventata segretaria del Pd, grazie anche al supporto degli elettori pentastellati, sembrava che il Pd mantenesse comunque il ruolo di guida della coalizione. Oggi questo assunto non è più automatico.
L’allarme dei riformisti riuniti a Prato
I riformisti del Pd, riuniti nei giorni scorsi a Prato, hanno lanciato un allarme esplicito sulla deriva a sinistra del partito. Secondo loro, il rischio concreto è che il Pd sia consegnato ai pacifinti di Conte e ai patrimonialisti di Bonelli, con il risultato finale di schiantarsi alle prossime elezioni.
La logica dei riformisti è stringente: se il Pd si lascia trascinare verso posizioni sempre più radicali sulla politica estera e su quella economica, perderà voti sia al centro che a destra, senza guadagnare nulla dalla competizione con M5S e Avs. Il risultato sarebbe un Pd più piccolo, non un campo largo più forte.
Il problema è che Schlein, da posizione di segretaria, sembra intrappolata nella necessità di mantenere l’unità della coalizione a qualsiasi costo. Questa ricerca ossessiva dell’unità la paralizza strategicamente e la rende vulnerabile ai giochi di Conte, che invece sa esattamente cosa vuole e come comunicarlo.
Il paradosso di Schlein e la questione della lealtà
Polito conclude con un’osservazione pungente: Elly Schlein è diventata segretaria del Pd proprio grazie agli elettori dei Cinque Stelle. Eppure, oggi il partito di cui è a capo viene cannibalizzato da quello di Conte. Il paradosso è bruciante.
La soluzione suggerita è semplice ma difficile: Schlein dovrebbe scommettere di più sul suo partito e un po’ meno sulla lealtà degli altri. La realtà è che in politica, la lealtà è una merce rara e costosa. Se il Pd continua a cercare l’unità a tutti i costi, i suoi alleati leggeranno questo come un segno di debolezza.
Il concetto di sensazione, che Polito evoca nel titolo del suo articolo, è ostico per chi è testardamente unitaria e anche, forse, testardamente perdente. Le sensazioni in politica contano tanto quanto i numeri, e la sensazione oggi è che Conte sia il leader della sinistra, non Schlein.
Cosa accadrà nelle prossime settimane
Il dato centrale della rilevazione di Pagnoncelli rimane il rapporto Pd-M5S: la distanza, che nel 2024 superava i 13 punti, oggi si è ridotta a 5. Se questo trend continua, entro pochi mesi i due partiti potrebbero essere quasi alla pari in termini di consenso.
Le implicazioni per il campo largo sono profonde. Se M5S e Avs insieme costituiscono già una maggioranza, e il Pd continua a perdere terreno, la coalizione di sinistra potrebbe trovarsi a fare i conti con una riconfigurazione radicale dei propri equilibri interni.
La domanda cruciale è se Schlein riuscirà a invertire la rotta prima che sia troppo tardi. Fino a ora, la sua strategia di unitarietà a tutti i costi non sembra aver funzionato. Forse è il momento di provare un approccio diverso.