Aver lavorato per anni e versato contributi non significa necessariamente ritrovarsi con una pensione netta molto più alta rispetto a chi riceve un sostegno assistenziale. È il paradosso evidenziato da un’analisi dell’Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi, che mette a confronto diverse situazioni previdenziali e mostra come maggiorazioni, integrazioni e imposte possano ridurre sensibilmente le differenze tra gli assegni.
Al centro del confronto c’è anche l’assegno sociale, una prestazione assistenziale destinata a chi possiede determinati requisiti economici e personali. Nel 2026, con le maggiorazioni previste, l’importo massimo teorico può raggiungere 768,29 euro al mese per tredici mensilità. Non si tratta, però, di una cifra garantita a tutti: per ottenerla è necessario rispettare precise condizioni.
Leggi anche:Pensioni di reversibilità, nel 2027 possono cambiare le soglie: ecco chi rischia il taglio
Leggi anche:Pensione senza legge Fornero: come funziona davvero lavorando all’estero
Tre pensionati, tre importi diversi
L’analisi della Cgil, riferita al 2025, prende in esame tre esempi che mostrano quanto possa cambiare il risultato finale dopo l’applicazione delle integrazioni e delle imposte.
Nel primo caso, la pensione maturata attraverso i contributi è di 384,62 euro al mese. Grazie all’integrazione al trattamento minimo, all’incremento transitorio e alla maggiorazione sociale, l’importo arriva a 749,11 euro netti mensili.
Il secondo pensionato parte invece da una pensione contributiva di 692,31 euro al mese. Con una maggiorazione sociale più contenuta e dopo le trattenute fiscali, il netto scende a 710,47 euro.

Il terzo esempio è quello più sorprendente. La pensione maturata è di 807,69 euro mensili, più del doppio rispetto a quella iniziale del primo caso. Tuttavia, dopo Irpef e addizionali regionali e comunali, restano 745,97 euro netti: 3,14 euro in meno rispetto al primo pensionato.
È importante precisare che nessuno dei tre esempi riguarda una persona che non ha mai versato contributi. Il confronto mostra come, in alcune situazioni, il venir meno delle maggiorazioni e l’applicazione delle imposte possano ridurre il vantaggio netto di una pensione più elevata.
Assegno sociale, quanto si poteva ricevere nel 2025
Per confrontare le pensioni contributive con le prestazioni destinate a chi non ha versato contributi bisogna considerare l’assegno sociale. Si tratta di una misura assistenziale, non di una pensione maturata attraverso il lavoro.
Nel 2025 l’importo base era di 538,69 euro mensili. Per chi rispettava i requisiti previsti, le maggiorazioni potevano portare la cifra fino a 747,84 euro netti al mese per tredici mensilità, pari a 9.721,92 euro annui.
Nello stesso anno, nell’esempio riportato dallo studio, una pensione contributiva di 807,69 euro lordi mensili lasciava al beneficiario 745,97 euro netti. La differenza era quindi di appena 1,87 euro al mese a favore dell’assegno sociale maggiorato.
Questo non significa che chi arriva alla vecchiaia senza contributi riceva automaticamente quasi 748 euro. L’accesso all’assegno sociale e alle relative maggiorazioni dipende da specifici requisiti reddituali e personali.
Nel 2026 l’importo massimo sale a 768,29 euro
Nel 2026 l’assegno sociale base è salito a 546,24 euro mensili, dopo la rivalutazione dell’1,4%. L’importo viene erogato per tredici mensilità. I limiti reddituali indicati per accedere alla prestazione sono di 7.101,12 euro annui per chi non è coniugato e di 14.202,24 euro complessivi per i coniugi.
A questa cifra possono aggiungersi le maggiorazioni previste dalla normativa. Per il 2026, l’incremento massimo indicato è di 202,05 euro mensili, a cui si aggiungono altri 20 euro al mese introdotti dalla legge di Bilancio.
Il calcolo porta così a un massimo teorico di 768,29 euro al mese: 546,24 euro di assegno base, più 202,05 euro di maggiorazione e altri 20 euro. Su tredici mensilità, il totale annuo arriva a 9.987,77 euro.
L’importo effettivamente riconosciuto dipende comunque dalla presenza di tutti i requisiti richiesti.
Il nodo delle tasse e della no tax area
Secondo l’analisi della Cgil, una delle criticità riguarda il rapporto tra le prestazioni assistenziali e la tassazione delle pensioni. La no tax area per i pensionati è indicata in 8.500 euro annui: superata la fascia in cui le detrazioni possono azzerare l’imposta, entrano in gioco Irpef e addizionali.
Contemporaneamente, il venir meno di alcune integrazioni e maggiorazioni può ridurre l’effettivo vantaggio di una pensione lorda più alta. Il risultato, in determinati casi, è una differenza molto contenuta tra assegni costruiti su storie contributive diverse.
Gli importi netti, tuttavia, non sono uguali per tutti. Le addizionali variano in base alla Regione e al Comune di residenza e possono quindi modificare il risultato finale.
Quattordicesima e Carta acquisti: cosa sapere
C’è poi una distinzione importante da conoscere: chi percepisce soltanto l’assegno sociale non ha diritto alla quattordicesima. Questa prestazione aggiuntiva è riservata a determinate categorie di pensionati previdenziali che rispettano specifici requisiti anagrafici e reddituali.
In presenza di ulteriori condizioni economiche e patrimoniali, può invece essere possibile ottenere la Carta acquisti, che prevede 80 euro ogni due mesi per determinate spese e per il pagamento delle bollette. Anche questo beneficio ha requisiti specifici e non va considerato un aumento automatico dell’assegno sociale.
Il punto sollevato dalla Cgil non è che le prestazioni assistenziali siano eccessive, ma che sia necessario coordinare meglio assistenza, previdenza e fisco. Quando pochi euro di pensione in più fanno perdere maggiorazioni e aumentano le imposte, il vantaggio di aver versato più contributi può restringersi fino quasi a scomparire.