Il Tg1 ha diffuso in esclusiva l’audio della chiamata al 112 fatta da Roberto Mollo alle 2:17 di domenica scorsa, pochi minuti dopo aver sparato contro le persone che si erano introdotte nella cascina di famiglia a Baldissero d’Alba, nel Cuneese, uccidendone una. È una voce che permette al pubblico di sentire per la prima volta come Mollo ha raccontato quello che era appena accaduto, nel momento in cui era ancora sotto choc.
Non è una ricostruzione dei giornalisti. Non è un’interpretazione di quello che potrebbe essere successo. È il racconto diretto di Mollo all’operatore del 112, con tutte le imperfezioni, le incertezze, le paure che caratterizzano una persona che ha appena sparato e ha ucciso qualcuno.
Il racconto concitato: “Ho ferito una persona”
Nella telefonata, Mollo si presenta all’operatore spiegando di aver avuto dei ladri in casa e di essersi difeso. L’uomo racconta di aver ferito una persona, senza sapere se fosse ancora in vita. Ripete più volte di aver avuto paura e di aver agito da solo, impugnando la pistola in proprio possesso.
È il racconto di un uomo in preda al panico. Non è freddo. Non è calcolato. È confuso, spezzettato, segnato dalla paura e dalla consapevolezza di aver fatto qualcosa di irreversibile. “Ho sparato, non so se è morto”, dice qualcosa del genere nella telefonata — una frase che rivela il turbine emotivo in cui Mollo si trova.
L’elemento cruciale del racconto è la ripetizione: “Ho avuto paura, ho agito da solo”. Non sta cercando scuse. Sta semplicemente dicendo cosa ha fatto e perché l’ha fatto. È una dichiarazione di fatto più che una difesa. Ma è una dichiarazione fatta nel panico, non nella lucidità.

Il passaggio ai carabinieri: la procedura di sicurezza
Dopo i primi concitati scambi con l’operatore del 112, la chiamata viene trasferita ai carabinieri. È il momento in cui il dramma privato di Mollo diventa un fatto di cronaca ufficiale, registrato dai militari, documentato nei loro fascicoli investigativi.
Mollo ribadisce di essere armato e di essersi difeso, descrivendo la scena come un gruppo di persone, tra cui una incappucciata, che si trovava nel cortile della cascina. È il dettaglio dell’incappucciatura che attira l’attenzione: suggerisce che Mollo percepiva una minaccia organizzata, non un furto casuale.
L’uomo spiega di aver sparato perché spaventato dalla situazione. I militari lo invitano a mantenere la calma e a non toccare nulla sulla scena, in attesa dell’arrivo di una pattuglia. È la procedura standard: proteggere la scena del crimine, evitare contaminazioni, raccogliere le prove.
Ma in questo caso, la “procedura standard” stava registrando le ultime ore di libertà di un uomo che avrebbe potuto affrontare l’accusa di omicidio volontario. I carabinieri non lo sapevano ancora. Mollo non lo sapeva ancora. Nessuno lo sapeva, perché il corpo di Gjovalin Lazri non era stato trovato.
L’autopsia: un solo colpo fatale che cambia tutto
Nella giornata di ieri, l’autopsia eseguita presso l’obitorio civico di Torino ha stabilito un dato fondamentale: è stato un solo proiettile a togliere la vita a Gjovalin Lazri, il 36enne rimasto ucciso durante il tentativo di furto.
Questo dato è cruciale per la difesa di Mollo. Non perché lo assolva, ma perché suggerisce che, dei dodici colpi sparati, solo uno ha raggiunto il bersaglio. È un dato che supporta la narrativa della difesa: Mollo stava sparando nel buio, stava sparando in preda al panico, non stava mirando consapevolmente a colpire.
Però c’è un problema: un solo colpo è sufficiente per uccidere. E Mollo sapeva di essere armato. Sapeva che ogni colpo poteva essere fatale. Eppure ha sparato dodici volte.
La distanza e il trascinamento: un corpo che ha ancora storia da raccontare
Il corpo dell’uomo è stato trovato a circa quaranta metri di distanza dal punto in cui sarebbe stato colpito
, un dato che lascia ipotizzare come possa essersi trascinato per alcuni passi dopo l’impatto del proiettile. È il dettaglio di un uomo che, dopo essere stato colpito, ha ancora avuto la forza — o forse l’istinto — di allontanarsi dal luogo dello sparo.
Quanto dolore ha provato Lazri? Quanto tempo è rimasto cosciente? Ha capito che stava morendo, mentre si trascinava nel buio della notte? Sono domande che la perizia medico-legale non può rispondere, ma che rimangono appese sopra tutta la vicenda.
L’ipotesi del colpo di rimbalzo: complicanza balistica
Il proiettile si sarebbe conficcato in un lato del collo della vittima, fuoriuscendo dall’altro
, un elemento che potrebbe indicare come l’uomo si stesse voltando o cambiando direzione nel momento dell’impatto. È il dettaglio che suggerisce movimento, confusione, il caos tipico di una situazione di emergenza.
Gli inquirenti non escludono nemmeno l’ipotesi di un colpo di rimbalzo, considerata la presenza di impalcature e altri ingombri del cantiere tra Mollo e il gruppo di persone. Significa che il proiettile potrebbe non aver raggiunto Lazri in linea retta, ma potrebbe aver subito deviazioni durante il percorso.
Questa complicanza balistica potrebbe aiutare la difesa di Mollo: se il proiettile è rimbalzato, allora ancora meno Mollo poteva prevedere che avrebbe colpito una persona letalmente. Ma potrebbe anche complicare le cose: se sapeva che c’erano ostacoli e ha sparato comunque, allora era consapevole di stare creando una situazione pericolosa.
Il lungo colloquio con l’avvocato: strategie legali in gioco
Nel pomeriggio di ieri, subito dopo aver ricevuto i primi ragguagli dal proprio consulente tecnico, l’avvocato difensore di Mollo, Piermario Morra, ha incontrato il proprio assistito per un lungo colloquio. È il momento in cui la difesa legale si mette a lavoro, analizzando i dati tecnici per costruire una narrativa coerente.
Cosa avrà detto Morra a Mollo? Che le notizie sono buone perché un solo colpo è passato? O che le notizie sono cattive perché un solo colpo è sufficiente per uccidere? Probabilmente Morra ha fatto quello che fa ogni avvocato difensore: ha preparato Mollo alle tre ipotesi di accusa che la magistratura potrebbe formulare.
Tre scenari giudiziari: omicidio volontario, colposo, eccesso di difesa
L’esito degli accertamenti tecnici in corso sarà determinante per stabilire come inquadrare giuridicamente l’accaduto
. E ci sono tre opzioni sul tavolo:
Omicidio volontario: Mollo ha sparato intenzionalmente, sapendo che il gesto poteva uccidere. È l’accusa più grave.
Omicidio colposo: Mollo ha agito negligentemente, senza l’intenzione di uccidere ma con disprezzo del rischio. È meno grave dell’omicidio volontario.
Eccesso di legittima difesa: Mollo si stava legittimamente difendendo, ma ha usato una forza sproporzionata. È una categoria intermedia che riconosce il diritto di difendersi ma punisce l’eccesso.
Al momento nessuna di queste ipotesi può essere confermata o esclusa con certezza. Dipenderà da come la magistratura interpreterà i dati tecnici, dal tasso alcolemico di Mollo quella notte, dal modo in cui la perizia balistica avrà ricostruito la dinamica, da quanto i testimoni potranno dire su cosa è veramente accaduto.
La voce nel 112: documento di verità
Ciò che rende importante l’audio della chiamata al 112 è che rappresenta il primo racconto di Mollo, non filtrato da avvocati, non ricostruito dalla memoria, non corretto dalle strategie legali. È il racconto immediato di un uomo che sa di aver sparato e sa che qualcuno potrebbe essere morto.
E in quel racconto, Mollo non nega. Non minimizza. Non grida al complotto. Dice semplicemente: “Ho avuto paura, ho agito da solo, ho sparato perché mi è sembrato di dover fare”. È una dichiarazione che potrebbe essere usata sia dalla difesa — come prova di panico genuino — sia dall’accusa — come prova di consapevolezza.
La presunzione di innocenza: il principio fondamentale
La vicenda resta interamente al vaglio della magistratura, e Roberto Mollo deve considerarsi innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva
. Questo principio non è una formalità legale. È il fondamento di una società democratica, il principio che distingue uno stato di diritto da una dittatura.
Per quanto i media abbiano già deciso la colpevolezza di Mollo, per quanto l’opinione pubblica sia divisa tra coloro che lo vedono come un eroe che si difende e coloro che lo vedono come un assassino, legalmente Mollo rimane innocente fino a sentenza.
E questo status di innocenza cambierà solo se e quando un tribunale deciderà diversamente, basandosi su prove concrete, su ricognizioni tecniche, su una valutazione del contesto che vada oltre l’emozione e il giudizio morale.
L’audio del 112 è uno strumento importante in questo processo. Non perché riveli una verità assoluta — il 112 non registra cosa sia veramente accaduto, registra solo come Mollo lo ha descritto — ma perché dà voce a Mollo nel momento in cui la situazione era ancora fluida, ancora aperta, ancora suscettibile di interpretazioni multiple.