Non usa mezzi termini Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, nel commentare a Otto e mezzo su La7 l’ultimo annuncio di Giorgia Meloni su un decreto legge finalizzato a vietare burqa e niqab nelle scuole e a fissare al 30% il tetto di studenti stranieri in ogni classe.
Le parole di Travaglio sono taglienti, piene di ironia e di una consapevolezza amara di quella che a suo giudizio è una mossa puramente propagandistica del governo. Non si tratta di un’analisi politica equilibrata, ma di un attacco frontale che tocca il cuore della strategia governativa: la rincorsa disperata verso Roberto Vannacci e Futuro Nazionale.
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Travaglio invoca Mattarella: “Usi le sue prerogative e respinga il decreto”
“Dato che i decreti legge recano la firma del presidente della Repubblica, spero che Mattarella cominci a esercitare le sue prerogative e a rimandare qualcosa indietro”
. Con questa affermazione, Travaglio compie un passo significativo: non solo critica il decreto, ma invoca l’intervento diretto del capo dello Stato.
È una mossa che evidenzia come, secondo il direttore del Fatto, il provvedimento sia talmente incostituzionale o talmente privo dei requisiti legali necessari, da meritare un rifiuto del presidente Sergio Mattarella. Non è una critica ordinaria al governo, è una chiamata all’arbitro costituzionale per intervenire.
Mattarella, secondo la Costituzione italiana, ha il diritto (e in certi casi il dovere) di non firmare decreti legge quando li ritiene incostituzionali o carenti dei requisiti di necessità e urgenza. Travaglio sta dicendo: questo decreto non ha questi requisiti, e Mattarella dovrebbe farlo sapere.
La critica dei requisiti: “Sono necessari solo per Meloni e per inseguire Vannacci”
Il direttore del Fatto respinge categoricamente l’idea che quelle misure abbiano i requisiti di necessità e urgenza previsti per un decreto legge. “Sono necessarie e urgenti per Meloni”, dice Travaglio con tono sarcastico che non lascia spazi a interpretazioni benigne.
“Si sente proprio il fiatone dell’inseguimento a Vannacci. Giorgia Meloni ha tenuto l’iniziativa del gioco fino al referendum sulla giustizia. Quando ha perso il referendum, ha cominciato a giocare di rimessa”, continua Travaglio, delineando una cronologia politica che secondo lui dimostra il declino della premier.
L’analisi di Travaglio suggerisce che Meloni ha perso il controllo narrativo della politica italiana dopo aver perso il referendum sulla giustizia. Da quel momento, secondo lui, ha smesso di guidare e ha cominciato a seguire, scaricando i ministri indagati e cercando di recuperare consensi affrettandosi a copiare le proposte di Vannacci.
La rincorsa a Vannacci: “Meloni è la copia sbiadita dell’originale”
“Meloni poi ha cominciato a rincorrere e a scimmiottare Vannacci, per cui ogni proposta che sa di Vannacci, il leader di Futuro Nazionale, che è furbissimo, replica: ‘Ottima, ma perché arriva adesso?'”
, racconta Travaglio con una certa ammirazione (maldissimulata) per la tattica di Vannacci.
È un’immagine potente: Meloni che corre dietro a Vannacci, cercando di fare le stesse cose che lui fa, ma sempre in ritardo, sempre come una imitazione. E Vannacci che rimane immobile, sapendo che “gli elettori preferiscono sempre l’originale alla copia sbiadita”.
Questa è la dinamica che Travaglio identifica: Meloni non sta più proponendo una visione propria, sta cercando disperatamente di recuperare i voti che sta perdendo a favore di Futuro Nazionale imitando le sue proposte. È una posizione di debolezza, non di forza.
I precedenti: bollo auto e social card, la stessa tattica
Travaglio allarga il discorso anche ad altri provvedimenti recenti del governo Meloni. “Ed è la stessa cosa che hanno pensato tutti anche per il bollo auto o per la social card”, dice, suggerendo che questa non è un’eccezione ma un modello di comportamento consolidato.
Il governo Meloni, secondo questa lettura, sta facendo una serie di annunci che copiano le proposte di Vannacci, cercando di recuperare consensi con promesse che arrivano sempre “adesso”, come se fossero idee improvvise e non parte di una strategia coordinata.
È una tattica che funziona poco, perché gli elettori percepiscono la falsità, percepiscono che queste sono mosse disperate di un governo in difficoltà, non vere proposte politiche frutto di una visione coerente.
La critica nel merito: “I casi di burqa a scuola sono statisticamente inesistenti”
Ma Travaglio non si ferma solo al livello tattico e strategico. Scende anche nel merito concreto del provvedimento, smontandolo pezzo per pezzo. “Tutti sanno che i casi di burqa a scuola sono statisticamente inesistenti”, afferma con una sicurezza che suggerisce una conoscenza profonda della realtà scolastica italiana.
Non ci sono emergenze di donne velate che disturbano le lezioni. Non c’è un problema diffuso di ragazze in burqa che creano disordine nelle classi italiane. È un fantasma, un problema inventato per una campagna elettorale.
Lo stesso vale per il tetto del 30% di stranieri. “Gli studenti stranieri che superano quelli italiani o arrivano al 30% sono casi rarissimi”, continua Travaglio. Ancora una volta, il problema è posto come se fosse endemico, quando in realtà i casi in cui accade sono estremamente rari.
L’impossibilità pratica: “Come si cacciano gli studenti stranieri?”
Poi arriva la domanda cruciale di Travaglio: “E comunque in quei casi non si può fare niente: non si possono cacciare a pedate i ragazzi stranieri in sovrannumero. Quali si cacciano? Si tirano a sorte? Si mettono dei cartonati di studenti italiani per fare numero? Si inventano ragazzi italiani che non ci sono?”
È una serie di domande retoriche che evidenzia l’assoluta impossibilità pratica di implementare il decreto. Come si fa a cacciare uno studente straniero da una scuola solo perché ha superato il 30%? Con quale criterio si sceglie quale uno allontanare? È impossibile, illegale, incostituzionale.
Il decreto, secondo Travaglio, è non solo inutile ma completamente non implementabile. È puro teatro politico, un annuncio che non potrà mai trasformarsi in azione concreta.
Il fallimento delle politiche sulla denatalità: il vero problema ignorato
Travaglio collega l’iniziativa del governo al suo fallimento nel risolvere il vero problema che aveva promesso di affrontare: la denatalità italiana. “Il problema della denatalità, che Meloni aveva promesso di risolvere, è peggiorato anche durante questo governo, perché non si fanno figli a causa di mille difficoltà”.
Non è un dettaglio: Meloni era arrivata al potere con la promessa di risolvere il calo delle nascite in Italia. Due anni di governo dopo, il problema è peggiorato. E invece di affrontare le vere cause (costo della vita, difficoltà economiche, mancanza di servizi per l’infanzia), il governo si dedica ad annunci vuoti su burqa e stranieri.
È una critica che tocca il cuore della gestione governativa: promesse non mantenute, problemi reali ignorati, focus spostato su questioni marginali e costruite artificialmente.
La conclusione di Travaglio: “Un decreto totalmente inutile alla vigilia delle elezioni”
“E quindi si pensa di risolvere questa storia con un decreto totalmente inutile alla vigilia delle elezioni”
, conclude Travaglio. Non è una proposta seria, è un’operazione di marketing politico che arriva nel momento sbagliato (o nel momento giusto, dal punto di vista della tattica elettorale).
È un decreto che Travaglio vede come una disperata mossa per recuperare consensi in vista delle prossime elezioni, sapendo che non avrà alcun effetto reale sulla vita degli italiani, ma contando sul fatto che il messaggio “contro gli stranieri e contro l’islam” possa ancora muovere voti.