mercoledì, Ottobre 28

Trump mette Netanyahu alle strette: «Fuori gli estremisti dal governo». Spunta l’ipotesi di un esecutivo di unità nazionale

Il sostegno degli Stati Uniti a Benjamin Netanyahu potrebbe essere accompagnato da una richiesta precisa: escludere gli esponenti più radicali della destra israeliana dal prossimo governo. È questa la posizione attribuita a Donald Trump da fonti vicine alla Casa Bianca, citate dal portale israeliano Ynet. Un’indicazione che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici di Israele e aprire la strada a un governo di unità nazionale.

La questione riguarda soprattutto Itamar Ben-Gvir, leader del partito Otzma Yehudit, e Bezalel Smotrich, esponente di Sionismo Religioso. Secondo le fonti citate da Ynet, Trump non vorrebbe Ben-Gvir nel prossimo esecutivo, mentre anche la presenza di Smotrich sarebbe considerata problematica. Una richiesta che metterebbe Netanyahu davanti a una scelta delicata: mantenere l’alleanza con i settori più radicali della sua maggioranza oppure trovare un’intesa con altre forze politiche.

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La guerra all’Iran al centro dei rapporti tra Washington e Tel Aviv

Dietro la pressione americana ci sarebbe anche il futuro della guerra con l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026. Netanyahu vorrebbe riprendere il conflitto il prima possibile, mentre Washington sarebbe alla ricerca di una via d’uscita graduale, con l’obiettivo di favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz e contribuire a riequilibrare i prezzi del petrolio.

Secondo la ricostruzione di Ynet, i due leader avrebbero discusso una tabella di marcia che prevede un impegno intenso nel primo dei due anni rimanenti del mandato di Trump, per arrivare alla conclusione della guerra. Nel secondo anno, l’attenzione dovrebbe spostarsi sugli Accordi di Abramo, il progetto di normalizzazione delle relazioni tra Israele e diversi Paesi arabi sul quale il presidente americano punta da tempo.

La composizione del prossimo governo israeliano diventerebbe quindi un elemento importante anche per la strategia internazionale degli Stati Uniti. L’esclusione di Ben-Gvir e, forse, di Smotrich potrebbe contribuire a ridurre le tensioni con gli interlocutori regionali di Washington.

La maggioranza alla Knesset e il nodo dell’opposizione

Con lo scrutinio ancora in corso, i partiti arabi avrebbero un peso stimato tra i 17 e i 19 seggi alla Knesset. Netanyahu ha già escluso una possibile alleanza con queste forze, restringendo le opzioni a sua disposizione per formare una maggioranza parlamentare.

Una strada potrebbe essere quella di dividere il fronte avversario, cercando un accordo con alcuni esponenti dell’opposizione. Tra i nomi da tenere d’occhio c’è Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu e sostenitore di posizioni ultranazionaliste. I suoi seggi potrebbero contribuire al raggiungimento della soglia di 61 deputati necessaria per ottenere la maggioranza assoluta alla Knesset.

Un’intesa di questo tipo, tuttavia, non risolverebbe necessariamente il problema posto da Trump: se Ben-Gvir e Smotrich entrassero comunque nell’esecutivo, la richiesta americana rimarrebbe insoddisfatta. Per questo, tra le alternative prende spazio l’ipotesi di un governo di unità nazionale che escluda entrambi i leader della destra radicale.

Herzog lavora all’ipotesi di un governo di unità nazionale

Secondo quanto riferito da Channel 11, il presidente israeliano Isaac Herzog dovrebbe convocare a breve i rappresentanti dei due schieramenti per incoraggiarli a valutare un’intesa. L’obiettivo sarebbe favorire una soluzione istituzionale in grado di superare lo stallo e garantire un governo sostenuto da una base parlamentare più ampia.

La strada resta però complessa. Il fronte dell’opposizione è nato anche con l’obiettivo di porre fine al governo Netanyahu, e accettare di sostenerlo nuovamente richiederebbe un compromesso politico significativo. Anche sul piano internazionale, la permanenza di Netanyahu alla guida del Paese rappresenterebbe un ostacolo: secondo la ricostruzione riportata nell’articolo, alcuni Paesi arabi, tra cui l’Arabia Saudita, avrebbero comunicato a Trump di non voler procedere con la normalizzazione dei rapporti con Israele finché Netanyahu resterà primo ministro.

Tra le possibili soluzioni viene così evocata una formula ancora più articolata: un governo di unità nazionale con una rotazione nella carica di premier. Si tratterebbe di un compromesso volto a conciliare le richieste americane, le esigenze dell’opposizione israeliana e la necessità di garantire una maggioranza alla Knesset. Per ora, tuttavia, resta uno scenario possibile, non un accordo raggiunto.