La scarcerazione di Youssef Siher continua ad alimentare il confronto politico e mediatico. Dopo la decisione della giudice per le indagini preliminari di non convalidare il fermo del ricercatore trentenne, il direttore di Libero, Alessandro Sallusti, ha criticato duramente il provvedimento, sostenendo che rischi di ridimensionare le responsabilità di chi organizza e orienta le violenze di piazza.
La vicenda riguarda Siher, ricercatore di origini marocchine e amministratore del canale Telegram del Movimento 17 ottobre, fermato a Milano il 24 ottobre nell’ambito delle indagini sui disordini verificatisi durante le manifestazioni. Il giovane è stato accusato di istigazione a delinquere aggravata dal terrorismo e di violenza organizzata. Si tratta di contestazioni che devono essere valutate nell’ambito del procedimento giudiziario e che non equivalgono a una condanna.
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Le critiche di Sallusti dopo la scarcerazione
Nel commento rilanciato da Libero, Sallusti interpreta la decisione della giudice come un segnale negativo nei confronti di chi, secondo la sua lettura, contribuisce a organizzare le proteste e a indirizzarne gli sviluppi. Il direttore contesta il rischio che la scarcerazione alimenti una narrazione nella quale il ricercatore venga presentato come una vittima politica.
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Il comunicato del Tribunale di Milano
Nel comunicato, il Tribunale ha definito «irricevibili» le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo, anche titolari di cariche istituzionali, pronunciate dopo la decisione della giudice.
«Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto», si legge nella nota.
Il passaggio più incisivo riguarda il riferimento alla «vergogna», espressione utilizzata nel dibattito pubblico per commentare la scarcerazione. Il Tribunale ha replicato: «La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione».
Rilascio Youssef Siher, comunicato del tribunale di Milano: “Le dichiarazioni di alcuni esponenti politici di rilievo ricoprenti anche cariche istituzionali rilasciate all’esito della decisione della giudice sono irricevibili ed evidenziano una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto […]. La vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione”
— Ultimora.net (@ultimoranet) October 28, 2026
Il messaggio della magistratura milanese è quindi rivolto alle reazioni politiche seguite al provvedimento: la decisione di un giudice deve essere valutata nel quadro delle norme e degli elementi sottoposti all’autorità giudiziaria, non trasformata in un bersaglio di attacchi che ne mettano in discussione la legittimità sulla base di valutazioni politiche.
Il caso si inserisce in un dibattito più ampio sul ruolo degli organizzatori delle manifestazioni, sui confini tra attivismo politico e condotte penalmente rilevanti e sulla responsabilità di chi promuove iniziative di piazza. La questione centrale resta però giudiziaria: occorre stabilire quali elementi siano effettivamente disponibili a sostegno delle accuse rivolte a Siher.
Le accuse e la decisione della giudice
Il fermo del ricercatore era stato accompagnato da dichiarazioni politiche e da una forte attenzione mediatica. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva parlato di una presunta mente del Movimento 17 ottobre, mentre altri esponenti politici avevano commentato l’operazione prima che il procedimento arrivasse davanti alla giudice.
La giudice per le indagini preliminari ha successivamente respinto la richiesta di convalida del fermo e la richiesta di custodia cautelare. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, nel provvedimento non sarebbero stati ravvisati gravi indizi di colpevolezza sufficienti a sostenere le richieste della Procura. La decisione non equivale a una sentenza definitiva sull’intera vicenda, ma riguarda la valutazione giudiziaria degli elementi presentati in questa fase.
Anche Senaldi, direttore di Libero, ha fatto un video a riguardo:
La distinzione è importante: le accuse formulate dagli investigatori e le interpretazioni politiche del caso non possono essere considerate prove di responsabilità. Allo stesso modo, la mancata convalida del fermo non risolve automaticamente ogni questione relativa ai fatti oggetto dell’indagine.
Il caso evidenzia così due questioni distinte ma strettamente collegate: da una parte, la necessità di accertare eventuali responsabilità penali; dall’altra, il ruolo dell’informazione nel raccontare indagini e provvedimenti senza trasformare accuse ancora da verificare in giudizi definitivi.