giovedì, Agosto 6

Scossone pensioni, la notizia appena arrivata: il nuovo piano del governo, è svolta

Pensioni, la nuova proposta del governo scuote il dibattito: il piano Durigon e i nodi da sciogliere

Il tema delle pensioni torna al centro della scena politica e sociale italiana. Con l’avvicinarsi della legge di Bilancio del 2026, il confronto sulla riforma previdenziale si fa sempre più acceso, e tra le varie ipotesi che circolano è spuntata una proposta destinata a far discutere.

 

A lanciarla è stato il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, esponente della Lega, che ha messo sul tavolo un’idea innovativa ma anche controversa: utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) come strumento per consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni, invece che a 67.

 

Secondo Durigon, questa misura offrirebbe una nuova opportunità a migliaia di lavoratori, ma le implicazioni economiche e sociali sollevano non pochi interrogativi. La questione del Tfr, tradizionalmente considerato un “tesoretto” personale destinato al momento della cessazione del rapporto di lavoro, rischierebbe di cambiare radicalmente natura, diventando parte integrante del calcolo pensionistico.

Come funziona oggi e cosa cambierebbe con la proposta

Attualmente, la possibilità di andare in pensione a 64 anni riguarda solo i lavoratori che rientrano nel sistema contributivo puro, cioè coloro che hanno iniziato a versare i contributi previdenziali dopo il 1995. Per esercitare questa opzione, però, occorre soddisfare un requisito stringente: avere maturato un assegno pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, che oggi corrisponde a 1.616 euro lordi al mese.

Per raggiungere questa soglia, è consentito sommare alla pensione maturata presso l’INPS anche la rendita proveniente da eventuali fondi di previdenza complementare. In pratica, il lavoratore può integrare la pensione obbligatoria con quella derivante da strumenti di risparmio privati.

La proposta di Durigon spingerebbe oltre questa logica, includendo nel calcolo anche il Tfr accantonato presso l’INPS. Questo varrebbe soprattutto per i dipendenti di aziende con oltre 50 lavoratori, visto che nelle imprese più piccole il Tfr rimane in azienda. In questo scenario, la liquidazione verrebbe trasformata in una rendita, sottoposta a una tassazione agevolata simile a quella dei fondi pensione.

Una novità non da poco, perché permetterebbe anche ai lavoratori appartenenti al cosiddetto sistema misto – ossia coloro che hanno versato contributi sia prima che dopo il 1995 – di accedere all’uscita a 64 anni. Tuttavia, per questi soggetti la pensione verrebbe calcolata interamente con il più rigido metodo contributivo, e non con quello retributivo, generalmente più favorevole.

Le critiche: “Il Tfr è salario differito, non un costo da scaricare sui lavoratori”

Se da un lato l’iniziativa è stata presentata come una possibilità di maggiore flessibilità, dall’altro non sono mancate reazioni dure da parte di sindacati e opposizioni.

La Cgil ha bocciato l’idea senza mezzi termini, sostenendo che il Tfr rappresenta un diritto intoccabile dei lavoratori, essendo parte del salario differito. Utilizzarlo per finanziare l’uscita anticipata equivarrebbe, secondo il sindacato, a far ricadere interamente sui dipendenti il costo della riforma, privandoli della liquidazione al termine della carriera.

La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha adottato toni più cauti ma ugualmente critici. Ha invitato il governo a non fare “fughe in avanti” e a mantenere un dialogo costruttivo con le parti sociali, sottolineando l’importanza di un confronto trasparente prima di introdurre cambiamenti così rilevanti.

Dal fronte politico, le opposizioni hanno rilanciato le critiche. Arturo Scotto, esponente del Partito Democratico, ha accusato il governo di voler presentare come un vantaggio ciò che in realtà comporta una rinuncia per i lavoratori, ribadendo che il Tfr è a tutti gli effetti denaro guadagnato e accantonato. Il Movimento 5 Stelle ha parlato apertamente di “doppia penalizzazione”: da un lato, la perdita della liquidazione; dall’altro, l’obbligo di vedersi calcolare la pensione solo con il metodo contributivo, con il rischio di un assegno meno favorevole. Anche l’Alleanza Verdi-Sinistra si è schierata contro, creando un fronte comune di opposizione.

Le certezze già definite: stop all’aumento automatico dell’età pensionabile

Mentre la proposta sul Tfr divide e accende il dibattito, alcune misure della riforma sembrano avere contorni più chiari. Un punto praticamente certo riguarda la sospensione dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile previsto per il 2027.

In base alle norme attuali, l’età pensionabile dovrebbe crescere in linea con l’aumento della speranza di vita. Ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha più volte ribadito che questo meccanismo verrà bloccato. Di conseguenza, l’età per la pensione di vecchiaia resterà fissata a 67 anni, mentre quella per la pensione anticipata rimarrà a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Questa scelta, se confermata, richiederà una copertura di circa un miliardo di euro, a dimostrazione del peso economico di ogni modifica al sistema previdenziale.

Altri strumenti in discussione: bonus Giorgetti, Quota 103 e Opzione Donna

Accanto allo stop all’aumento dell’età, un’altra misura destinata quasi certamente a rimanere è il cosiddetto bonus Giorgetti. Si tratta di un incentivo rivolto ai lavoratori che, pur avendo già maturato i requisiti per la pensione anticipata, decidono di restare in attività. A questi lavoratori viene riconosciuto in busta paga il 9,19% dei contributi INPS a loro carico, una somma esentasse che aumenta lo stipendio netto.

 

Diverso il destino per altre formule, come Quota 103 – che permette l’uscita con 62 anni di età e 41 di contributi – giudicata poco efficace e scarsamente utilizzata. Anche Opzione Donna, pensata per favorire l’anticipo pensionistico femminile, potrebbe subire una revisione, visto lo scarso successo delle ultime edizioni.

 

Un equilibrio delicato tra sostenibilità e diritti

 

La riforma delle pensioni, come sempre in Italia, si presenta come un cantiere complesso e pieno di incognite. La proposta di Durigon sul Tfr ha il merito di allargare il campo del dibattito e di cercare nuove strade per garantire maggiore flessibilità in uscita. Tuttavia, il rischio è quello di scaricare parte del costo della riforma sui lavoratori stessi, privandoli di un diritto consolidato come la liquidazione.

 

Il percorso sarà lungo e ogni misura dovrà essere attentamente valutata dalla Ragioneria dello Stato, che ha il compito di garantire la sostenibilità finanziaria delle riforme. In gioco non c’è solo la tenuta dei conti pubblici, ma anche l’equilibrio tra il diritto dei lavoratori a un’uscita dignitosa e la necessità di preservare le future generazioni da un sistema previdenziale insostenibile.