Capodanno Rai, se ne sono accorti tutti, cosa hanno fatto

Capodanno Rai1, un rito stanco che non sa più parlare al Paese

Ogni anno, quando la mezzanotte si avvicina, la televisione pubblica si carica di una responsabilità che va oltre l’intrattenimento. Non è solo una questione di musica o di luci. È un passaggio simbolico. Un momento in cui un Paese si guarda, anche distrattamente, anche solo per pochi minuti. E proprio per questo, quando quel momento arriva e non succede nulla, il vuoto si sente più forte di qualsiasi nota sbagliata.

Il Capodanno di Rai1 di quest’anno ha dato questa sensazione netta e difficile da ignorare. Non fastidio, non rabbia. Stanchezza. Una stanchezza profonda, quasi imbarazzata. Come quando si ripete un gesto per abitudine, senza più ricordare perché lo si faceva. Un rito che continua a esistere solo perché nessuno ha il coraggio di chiedersi se abbia ancora senso.

Davanti al teleschermo, mentre il conto alla rovescia si avvicinava, l’impressione era quella di assistere a una replica malinconica. Non di un singolo programma, ma di un’idea intera di televisione che sembra non riuscire più a parlare al Paese reale, quello che nel frattempo è cambiato, si è frammentato, ha trovato altrove le sue narrazioni.

La comfort zone della prevedibilità

Il problema non è stato un errore tecnico o una singola scelta infelice. Il problema è stato l’insieme. Un cast prevedibile, una scaletta che sembrava già consumata prima ancora di iniziare, un susseguirsi di cover e revival che hanno trasformato la serata in una lunga operazione nostalgia.

La televisione pubblica ha scelto la strada più sicura, quella che non disturba nessuno e non entusiasma nessuno. Un grande karaoke nazionale, rassicurante, dove tutto è riconoscibile e nulla è rischioso. Ma in un’epoca in cui la musica e l’arte si muovono a velocità impressionanti, questa scelta appare come una rinuncia. Non alla modernità in senso astratto, ma all’ambizione.

Il Capodanno dovrebbe essere l’unica notte dell’anno in cui è concesso osare senza chiedere permesso. Invece Rai1 ha preferito rifugiarsi in formule già testate, in un linguaggio che non sorprende e non provoca. Una tristezza programmata, costruita con cura, come se l’obiettivo fosse arrivare alla mezzanotte senza scossoni.

Il momento simbolico che svela la crisi

Il cuore della serata, quel passaggio che dovrebbe segnare l’inizio di qualcosa, è diventato il punto più rivelatore. Non tanto per quello che è successo, quanto per quello che non è successo. Un palco affollato, confuso, privo di una vera narrazione. Volti storici accostati senza un’idea che li tenesse insieme.

Più che un brindisi al futuro, sembrava una rimpatriata dello spettacolo italiano. Di quelle che si fanno per educazione, non per entusiasmo. C’era quell’aria da festa di fine corso, quando tutti sorridono sapendo che il meglio è già alle spalle e che nessuno ha davvero voglia di dirlo ad alta voce.

In quel momento, davanti a milioni di spettatori, si è manifestata una crisi di immaginario. Non di ascolti, non di share. Di visione. Perché quando non sai più cosa raccontare, finisci per raccontare sempre la stessa cosa, sperando che basti.

Catanzaro, un’occasione mancata

La scelta di Catanzaro come location avrebbe potuto essere una svolta. Un racconto diverso, un modo per dare centralità a un Sud spesso evocato e raramente narrato. Ma anche qui, l’occasione si è dissolta.

La città è rimasta uno sfondo anonimo. Mai davvero protagonista, mai trasformata in simbolo. Le immagini dall’alto mostravano una piazza discontinua, un colpo d’occhio debole, un pubblico che sembrava più presente per dovere che per partecipazione. Quando nemmeno il territorio riesce a riconoscersi nell’evento, è evidente che qualcosa non ha funzionato a monte.

Il Sud non si valorizza per decreto. Né con un palco temporaneo, né con una diretta nazionale calata dall’alto. Servono un racconto, una visione, una volontà reale di ascolto. Tutto questo, in questa serata, è mancato. E il risultato è stato un non-luogo televisivo, intercambiabile, senza identità.

Il paradosso della professionalità

In mezzo a questo scenario opaco, una figura ha retto meglio di altre. :contentReference[oaicite:1]{index=1}. Professionale, solido, capace di tenere insieme una macchina complessa senza perdere il controllo. Il suo mestiere è emerso con chiarezza.

Ed è qui che si crea il paradosso. Perché la sua presenza ha evidenziato quanto il problema non stia nei singoli, ma nel contesto. Chi riesce a governare una nave così sbilenca dimostra competenza, ma allo stesso tempo rende ancora più evidente la povertà del progetto.

Liorni ha fatto quello che poteva, e forse anche qualcosa in più. Ma nessun conduttore, per quanto solido, può supplire all’assenza di una visione editoriale. La professionalità, da sola, non basta a salvare una serata che nasce stanca.

Qualche isola in un mare piatto

Non è stato tutto da buttare. Alcuni momenti di mestiere vero, qualche esibizione dignitosa, hanno fatto capolino qua e là. Ma erano isole. E un’isola, per definizione, non cambia il mare.

Il problema è che queste parentesi non sono riuscite a incidere sul giudizio complessivo. Perché non basta evitare il disastro. Il Capodanno non dovrebbe essere un esercizio di sopravvivenza televisiva. Dovrebbe essere un atto creativo.

Quando l’obiettivo sembra essere solo arrivare alla mezzanotte senza inciampi, significa che si è perso di vista il senso stesso dell’evento. E questo, per un servizio pubblico, è un segnale preoccupante.

Una questione che va oltre il Capodanno

Il punto, alla fine, è semplice e drammatico. Se questo è il modo in cui la Rai immagina il futuro, allora il problema non è il Capodanno in sé. È la visione culturale di un servizio pubblico che sembra aver rinunciato a sorprendere, a disturbare, perfino a sbagliare in modo creativo.

La televisione pubblica ha una responsabilità diversa rispetto alle piattaforme commerciali. Non deve inseguire solo il consenso immediato. Deve provare a interpretare il presente, a dare forma a immaginari nuovi, a rischiare anche l’impopolarità pur di non diventare irrilevante.

La stanchezza, invece, è la cosa peggiore da brindare a mezzanotte. Perché non genera dibattito, non crea reazioni. Spegne.

Un rito che riflette una crisi più ampia

Il Capodanno di Rai1 non è solo un evento televisivo riuscito male. È il riflesso di una crisi più profonda. Una crisi che riguarda il rapporto tra televisione e Paese, tra racconto e realtà, tra istituzione e pubblico.

Viviamo in un tempo frammentato, in cui le narrazioni si moltiplicano e i linguaggi cambiano rapidamente. In questo contesto, rifugiarsi nel passato può sembrare rassicurante. Ma la nostalgia, quando diventa sistematica, si trasforma in anestesia.

Un servizio pubblico che sceglie la nostalgia come linguaggio principale smette di interrogarsi sul presente. E quando smette di farlo, smette anche di essere centrale.

La domanda che resta aperta

Mentre il nuovo anno è iniziato, una domanda rimane sospesa. A cosa serve oggi il Capodanno televisivo, se non riesce più a emozionare, a rappresentare, a unire? Se diventa solo una replica rituale, senza anima e senza rischio?

La televisione ha ancora un potere enorme. Può unire, emozionare, ispirare. Ma per farlo deve avere il coraggio di osare. Di rinunciare alle formule stanche. Di accettare anche l’errore, purché nasca da un tentativo sincero di rinnovamento.

Questo Capodanno ha mostrato cosa succede quando quel coraggio manca.

Una chiusura che è anche un avvertimento

Il Capodanno su Rai1 di quest’anno resterà come un’occasione persa. Non per un dettaglio, ma per una visione assente. È stato lo specchio di una televisione che sembra aver smesso di farsi domande.

E una televisione che non si interroga, prima o poi, smette di parlare. Non perché nessuno la ascolti più, ma perché non ha più nulla di nuovo da dire.

Se il servizio pubblico vuole tornare a essere un luogo di senso, dovrà ripartire da qui. Dalla capacità di guardare il Paese senza paura. Di raccontarlo senza rifugiarsi nel passato. Di immaginare il futuro senza limitarsi a celebrarlo per abitudine.

Altrimenti, ogni mezzanotte rischierà di assomigliare sempre di più a una replica. E ogni brindisi a un gesto vuoto.

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