giovedì, Febbraio 19

Bimbo col cuore bruciato, stop al trapianto: l’esperto spiega perché

Per Domenico, il bimbo di due anni ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli dopo il trapianto di un cuore risultato danneggiato, le speranze si sono fermate davanti a un verdetto medico. Il team di super esperti convocato per valutare un secondo intervento ha detto no. Le condizioni cliniche del piccolo non consentono di affrontare un nuovo trapianto.

Una decisione che chiude la strada a un’ulteriore operazione e apre una fase ancora più dolorosa, fatta di domande etiche, riflessioni mediche e del grido straziante di una madre che non si arrende al silenzio.

Il no dei medici e la fine della speranza chirurgica

Dopo il primo intervento di dicembre, compromesso dal danneggiamento dell’organo, Domenico è rimasto in condizioni gravissime, sostenuto dall’Ecmo, la macchina cuore-polmoni che garantisce la circolazione extracorporea.

La disponibilità di un nuovo cuore aveva riacceso una speranza durata poche ore. Ma il consulto collegiale ha stabilito che non esiste più un’indicazione clinica adeguata per procedere. I rischi, secondo gli specialisti, superano i possibili benefici.

La voce della madre: “Lo guarderò spegnersi?”

Accanto ai dati clinici resta il dolore umano. La madre di Domenico ha raccontato di aver ascoltato il verdetto con rispetto, ma anche con un senso di impotenza che non si può contenere con la razionalità.

«Le ragioni cliniche le capisco con la testa. Ma con il cuore è un’altra cosa», ha confidato nei giorni scorsi. E ancora: «Cosa si fa ora? Lo guardiamo semplicemente spegnersi?».

Parole che raccontano il conflitto tra scienza e istinto materno, tra accettazione e desiderio di tentare comunque tutto. «Sapevo che la situazione era complicata – ha spiegato – ma sentirsi dire no è come ricevere un pugno in pieno petto».

L’esperto di bioetica: “Siamo chiamati a fermarci”

Nel dibattito è intervenuto Enrico Furlan, filosofo morale e bioeticista del Dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova.

«Se non c’è indicazione clinica al trapianto, allora siamo moralmente chiamati a fermarci», afferma. Ma fermarsi, precisa, non significa abbandonare: «Abbiamo l’obbligo di offrire cure palliative, accompagnando questo bambino fino alla fine e restando accanto alla sua famiglia».

Per Furlan il principio guida è quello della beneficenza: proporre solo trattamenti appropriati, ossia quelli che garantiscono un beneficio superiore ai rischi.

Il confine tra cure e accanimento terapeutico

Il tema centrale diventa allora quello dell’accanimento terapeutico. «Riconoscere la dignità di ogni paziente è il faro che deve guidarci», spiega il bioeticista, sottolineando che strumenti come l’Ecmo hanno senso finché rappresentano un “ponte” verso una soluzione concreta.

Se il trapianto non è più un’opzione, quel ponte – secondo l’esperto – non conduce a un beneficio reale. In questo caso, l’accompagnamento palliativo diventa la scelta coerente con la tutela della dignità del piccolo paziente.

Giustizia e liste d’attesa

La riflessione tocca anche il principio di giustizia, che regola le liste di attesa per i trapianti. Un intervento clinicamente inappropriato comporterebbe l’utilizzo di un organo che potrebbe salvare un altro bambino in condizioni più favorevoli.

Per l’esperto, il rispetto della giustizia significa anche usare correttamente le risorse del Servizio sanitario nazionale, evitando scelte che non offrano reali possibilità di beneficio.

Il ruolo dei genitori e la tutela del minore

Furlan sottolinea che i genitori devono essere sempre coinvolti, perché sono i tutori naturali dei figli. Tuttavia, le decisioni devono perseguire la tutela della salute psico-fisica e della dignità del minore.

Il dolore della madre resta, potente e comprensibile. «Non si può chiedere a una mamma di smettere di sperare», osservano fonti vicine alla famiglia. Ma quando la medicina indica un limite, quel limite diventa una linea difficile da oltrepassare.

La ferita al sistema dei trapianti

Oltre al dramma personale, il caso di Domenico apre una questione più ampia: la fiducia nel sistema dei trapianti. Se dalle indagini emergeranno errori nella gestione del primo intervento, sarà necessario comunicarli con trasparenza.

«Non possiamo permettere che venga compromessa la cultura della donazione», avverte Furlan. Perché dietro ogni organo donato c’è il dolore di un’altra famiglia che sceglie di trasformarlo in speranza.

Ora, per Domenico, il tempo sembra sospeso. Tra il rumore delle macchine e il silenzio dei corridoi, resta una madre che continua a restare accanto al suo bambino, anche quando la medicina ha deciso di fermarsi.

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