sabato, Giugno 27

È morto Paolo Cirino Pomicino, “‘o Ministro” della Prima Repubblica: aveva 86 anni

Se ne va uno degli ultimi protagonisti della Prima Repubblica italiana. Paolo Cirino Pomicino, figura centrale della Democrazia Cristiana e uno degli uomini più influenti della politica italiana tra gli anni Settanta e Novanta, è morto all’età di 86 anni. Era nato a Napoli nel 1939 e il suo soprannome — “‘o Ministro” — diceva tutto sulla posizione che aveva occupato nel sistema di potere della DC e sull’alone di influenza che lo aveva circondato per decenni.

La sua morte chiude un capitolo della storia politica italiana che appartiene ormai a un’altra era: quella dei grandi partiti di massa, delle correnti interne, delle mediazioni infinite e dei governi costruiti mattone per mattone in corridoi lontani dai riflettori. Pomicino era stato tutto questo — e anche il simbolo delle sue contraddizioni più profonde, con Tangentopoli a spazzare via una carriera costruita in vent’anni di potere.
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Dalla medicina alla politica: l’ascesa nella Democrazia Cristiana

Prima di diventare uno degli uomini più potenti della Repubblica, Pomicino era stato medico. Laureato in medicina e specializzato in neurologia, aveva intrapreso la carriera sanitaria prima di lasciarsi sedurre dalla politica. Negli anni Settanta entra nella Democrazia Cristiana, diventando prima consigliere e poi assessore comunale a Napoli — la città che lo avrebbe sempre rappresentato e da cui avrebbe sempre tratto la sua base di consenso.

L’ascesa è rapida e costante. Pomicino si avvicina alla corrente legata a Giulio Andreotti, uno degli uomini più potenti della Prima Repubblica, e costruisce con lui un legame che segnerà tutta la sua carriera politica. Viene eletto più volte alla Camera dei deputati dal 1976 al 1994 e assume un ruolo centrale nelle dinamiche parlamentari, arrivando a presiedere la Commissione Bilancio — un incarico strategico nel controllo della spesa pubblica e uno dei luoghi dove si esercitava concretamente il potere nella Prima Repubblica.

Il vertice del potere: ministro con De Mita e Andreotti

Il punto più alto della sua carriera arriva tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Nei governi guidati da Ciriaco De Mita e poi da Giulio Andreotti, Pomicino ricopre prima il ruolo di ministro della Funzione pubblica e poi quello di ministro del Bilancio e della Programmazione economica — uno degli incarichi più delicati e influenti dell’intero apparato governativo italiano. È in quegli anni che diventa uno degli uomini più potenti dell’esecutivo, parte di quell’asse politico tra Dc e Psi che ha segnato profondamente la fase finale della Prima Repubblica e gli equilibri di governo.

Il suo stile — pragmatico, spregiudicato, profondamente radicato nella logica del potere partitico — ne faceva un simbolo perfetto di quella stagione politica. Capace di navigare le correnti interne della DC, di costruire e disfare alleanze, di esercitare influenza ben oltre i confini formali delle cariche ricoperte. Quel soprannome, “‘o Ministro”, non era solo un titolo: era il riconoscimento di un ruolo che andava oltre qualsiasi portafoglio ufficiale.

Tangentopoli e gli anni successivi: la caduta e il ritorno

Come quasi tutti i protagonisti della sua generazione, la carriera di Pomicino viene travolta dalle inchieste di Tangentopoli nei primi anni Novanta. Viene coinvolto nello scandalo Enimont — uno dei casi più emblematici di corruzione politica dell’era, legato alla maxi tangente versata da Enimont ai partiti di governo — e condannato per finanziamento illecito ai partiti. Una caduta verticale per uno degli uomini più potenti della Repubblica.

Ma Pomicino, con la testardaggine di chi ha passato la vita in politica, non sparisce del tutto dalla scena pubblica. Negli anni successivi torna a partecipare al dibattito politico, ricopre anche incarichi a livello europeo e mantiene un ruolo attivo come opinionista e commentatore — spesso presente nei talk show politici, con quella capacità di analisi che gli veniva dal fatto di aver vissuto dall’interno le stagioni più intense della Repubblica. Con la sua scomparsa si chiude davvero un capitolo — quello di una classe dirigente che, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ha governato l’Italia per decenni.

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