I seggi sono aperti dalle 7 di questa mattina. L’Italia vota sul referendum sulla giustizia — una consultazione che resterà valida a prescindere dal numero di votanti, perché non è previsto alcun quorum. Oggi si vota fino alle 23, domani lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15, quando inizierà lo spoglio con i primi exit poll. Sono chiamati alle urne quasi 51,5 milioni di elettori, di cui circa 5,5 milioni all’estero.
In assenza di quorum, la partecipazione non è una condizione di validità — ma è comunque il fattore politicamente decisivo. Chi porta più gente ai seggi determina l’esito. E chi vince con un’alta affluenza ottiene un mandato politico ben più pesante di chi vince con il 30% degli aventi diritto al voto. È per questo che entrambi i fronti hanno speso le ultime settimane non tanto a convincere gli indecisi, quanto a mobilitare i propri.
La giornata di voto si apre però anche tra le polemiche. Il vicepremier Matteo Salvini ha pubblicato sui social una card con la scritta “Sì”, violando di fatto il silenzio elettorale. Un gesto che ha scatenato critiche immediate e riacceso le tensioni di una campagna già durissima.
Il dato storico: cosa ci dicono i referendum costituzionali precedenti
I numeri dei referendum costituzionali passati aiutano a capire il peso reale della partecipazione. Nel 2001, la riforma del Titolo V passò con il 64,21% dei Sì ma con un’affluenza ferma al 34,05% — un risultato politicamente debole proprio per la bassa partecipazione. Nel 2006, il No alla riforma Berlusconi vinse con il 61,29% e una partecipazione salita al 53,8%: un mandato politico molto più solido. Nel 2016, il referendum Renzi-Boschi vide il 65,48% degli elettori recarsi alle urne, con il No prevalente al 59,12% — e quella sconfitta costò a Renzi la presidenza del Consiglio. Nel 2020, il Sì al taglio dei parlamentari ottenne il 69,9% con affluenza al 53,8%.
La lezione è chiara: l’affluenza, pur non determinando la validità del voto, influenza profondamente il peso politico del risultato. Una vittoria a bassa partecipazione vale molto meno di una vittoria con le urne piene — e questo vale per entrambi i fronti.
Chi vota cosa: lo schieramento politico
La riforma divide in modo netto il quadro politico. A favore del Sì si schierano i partiti di governo — Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati — insieme ad Azione e +Europa. Contrari al No sono PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, affiancati da associazioni e parte del mondo sindacale.
Al centro del confronto c’è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, che i sostenitori del Sì considerano una garanzia di maggiore imparzialità del giudice. La riforma introduce anche modifiche al CSM — con il sorteggio dei membri per ridurre il peso delle correnti — e una nuova Alta Corte disciplinare. Per i contrari, invece, si tratta di un intervento che rischia di indebolire la magistratura senza risolvere problemi reali: nel 2024, ricordano, solo lo 0,5% dei magistrati ha cambiato funzione, segno che la separazione è già di fatto esistente nella prassi quotidiana.
Il nodo centrale: il PM non è l’avvocato dell’accusa
Il dibattito ha superato i confini della politica, coinvolgendo direttamente le toghe e trasformando il referendum in uno scontro istituzionale più ampio. Chi sostiene il No sottolinea un principio fondamentale: il pubblico ministero non è assimilabile all’avvocato della difesa, perché ha l’obbligo di ricercare anche le prove a favore dell’imputato. La riforma, secondo i contrari, rischierebbe di alterare questo equilibrio trasformando il PM in una figura più simile a quella di un prosecutor all’americana — e indebolendo di conseguenza le garanzie per l’imputato.
Dall’altra parte, i favorevoli al Sì vedono nella riforma un passo necessario verso una giustizia più chiara nei ruoli e più trasparente nelle responsabilità, dove un giudice non può essere condizionato dal fatto di aver militato per anni nella magistratura requirente. L’esito del voto, comunque vada, non sarà solo un giudizio sulla riforma: sarà un indicatore politico della capacità dei diversi schieramenti di mobilitare i propri elettori. E il risultato avrà un peso che andrà ben oltre il testo della riforma stessa.















