mercoledì, Agosto 12

Attentato a Ranucci, Lavitola confessa: “Sono io il mandante”

Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. L’ammissione è arrivata nel corso dell’interrogatorio di garanzia svoltosi nel carcere romano di Rebibbia, durato oltre cinque ore, davanti alla gip Iole Moricca e al pm della Dda Edoardo De Santis.

A riferirlo ai cronisti, al termine del colloquio, è stato il difensore Sergio Cola: il suo assistito, ha spiegato, ha confermato l’ipotesi accusatoria della Procura ammettendo di essere stato il mandante. Ma su un punto decisivo la sua ricostruzione si allontana nettamente da quella dei magistrati.

La versione della difesa: “L’ho fatto per il suo bene”

Secondo quanto riferito dal legale, Lavitola avrebbe agito per tutelare l’incolumità del giornalista, che a suo dire era oggetto di ripetuti e pericolosi tentativi di aggressione. L’obiettivo dell’ordigno sarebbe stato quello di far innalzare il livello di protezione.

L’avvocato ha ricordato che all’epoca dei fatti Ranucci disponeva di una scorta composta da due uomini, e che dopo l’attentato la protezione fu più che raddoppiata, arrivando a otto agenti. Cola ha definito il gesto “indubbiamente delittuoso”, precisando però che secondo il suo assistito non ci sarebbe stato alcun movente politico: l’aumento di popolarità del conduttore, ha sostenuto, fu un effetto non voluto.

La ricostruzione dell’accusa

È qui che le due versioni divergono. Per la Procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, l’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci a Pomezia aveva un obiettivo diverso: accrescere la notorietà del giornalista per favorirne un’ascesa politica, con l’idea che quella popolarità potesse tradursi in consenso elettorale.

Nell’ordinanza di custodia cautelare i magistrati contestano a Lavitola anche l’aggravante del metodo mafioso. È il motivo per cui la distanza tra le due ricostruzioni non è una sfumatura narrativa: incide sulla qualificazione dei fatti e sul quadro delle responsabilità, e sarà uno dei terreni del procedimento.

La posizione di Ranucci

Un chiarimento necessario, perché sulla vicenda circolano letture affrettate. Nel procedimento Sigfrido Ranucci è la persona offesa: gli inquirenti hanno finora escluso una sua consapevolezza dell’attentato, ritenendolo estraneo ai fatti.

Alla domanda dei giornalisti su un’eventuale consapevolezza del conduttore, l’avvocato Cola ha risposto di non voler commentare quell’aspetto. Si tratta di una scelta difensiva, non di un elemento agli atti, e non modifica quanto risulta al momento dalle indagini.

Cosa aveva fatto Lavitola finora

L’ex direttore dell’Avanti!, già coinvolto in passato in diverse vicende giudiziarie, era stato arrestato lunedì 10 agosto. Il mese scorso, convocato dai pm quando era ancora indagato a piede libero, si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però ampie dichiarazioni spontanee in cui si diceva del tutto estraneo.

Anche in queste ore la scelta è rimasta aperta fino all’ultimo: entrando in carcere, il legale aveva dichiarato di non sapere ancora se il suo assistito avrebbe risposto. Cola ha comunicato di aver chiesto per lui una misura cautelare meno afflittiva, ipotizzando gli arresti domiciliari.

Il nodo del latitante

Resta aperto un fronte rilevante dell’inchiesta. Gomes Clesio Tavares, factotum di Lavitola e ritenuto dagli investigatori l’intermediario tra il mandante e chi materialmente collocò l’ordigno, è latitante: si troverebbe in Africa e i pm capitolini sono pronti ad avviare la procedura di estradizione.

A fine giugno erano già state eseguite quattro misure cautelari nei confronti dei presunti esecutori materiali — tre uomini e una donna — accusati a vario titolo di detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante di aver agito in più persone e con modalità mafiose.

Le reazioni politiche

Sul versante politico la giornata è stata segnata anche dalle polemiche seguite a un post pubblicato da Ranucci sui social, intitolato “La voce che spaventa”, in cui il conduttore ha richiamato le figure di Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo che la storia italiana non colpisce i suoi uomini migliori per debolezza ma “per eccesso di chiarezza”.

Il riferimento ha suscitato le critiche di esponenti di Fratelli d’Italia. Il vicecapogruppo alla Camera Alfredo Antoniozzi ha giudicato assurdo il paragone, invitando il giornalista a non accostarsi a quelle figure. Analoga la posizione del senatore Sandro Sisler, componente della Commissione Antimafia. Ranucci attende intanto il parere del Comitato etico della Rai sui suoi rapporti con Lavitola.

La misura cautelare passerà ora al vaglio delle valutazioni successive del giudice. E resta da capire quale delle due ricostruzioni del movente reggerà alla prova degli atti: è su quel punto, più che sull’ammissione di oggi, che si giocherà il processo.