martedì, Agosto 4

Liliana Resinovich, l’analisi forense: “Non c’è certezza che sia lei nei video”

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Il caso della scomparsa e della successiva morte di Liliana Resinovich, avvenuta nel dicembre del 2021 a Trieste, continua a suscitare forti interrogativi e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Al centro dell’indagine ci sono ora alcuni filmati di videosorveglianza che, secondo la Procura, mostrerebbero gli ultimi momenti di vita della donna. Tuttavia, un’analisi forense indipendente ha sollevato numerosi dubbi sull’identità della persona ripresa nelle immagini.

L’indagine forense condotta da Sara Capoccitti

A esprimersi in merito alle immagini è Sara Capoccitti, nota criminalista e analista forense, fondatrice del progetto Forensically. In collaborazione con Luca Macerola, esperto del marchio Leica, la dottoressa ha effettuato un approfondito esame dei fotogrammi che immortalerebbero il presunto ultimo tragitto della donna.

Il loro studio si è concentrato su tre punti precisi: via San Cilino, dove una figura femminile appare mentre getta la raccolta differenziata; via Damiano Chiesa, nei pressi della scuola di polizia; e piazzale Gioberti, dove si vede una sagoma attraversare sulle strisce pedonali.

“Impossibile affermare scientificamente che sia Liliana”

Secondo la dottoressa Capoccitti, non esiste alcuna certezza scientifica per identificare con sicurezza la donna ripresa nei video come Liliana Resinovich. “Abbiamo osservato attentamente l’altezza della figura nei filmati – afferma – ed è compatibile con quella riportata nell’autopsia: circa 156 centimetri. Ma un dato del genere, da solo, non è sufficiente per un’identificazione formale”.

Uno degli ostacoli principali è rappresentato dalla scarsa qualità delle immagini e dalla presenza di accessori che coprono il volto della donna. “La persona che si vede nei filmati indossa una mascherina e uno scaldacollo nero”, spiega Capoccitti, “e quest’ultimo non figura tra gli oggetti ritrovati sul corpo di Liliana al momento del rinvenimento”.

Dettagli discordanti e difficoltà tecniche

Altri elementi alimentano i dubbi. Per esempio, la colorazione dei pantaloni della donna nei video appare diversa rispetto a quelli trovati accanto al cadavere. Non è chiaro se si tratti di un effetto ottico dovuto alle condizioni di luce, alla risoluzione della videocamera o a un reale cambio di indumenti.

Inoltre, la telecamera mobile montata su un autobus, che ha registrato le immagini in piazzale Gioberti, introduce ulteriori incognite: “Essendo in movimento, non possiamo determinare con esattezza il tragitto che la persona ha seguito dopo quel punto”, chiarisce l’analista.

Analisi dei pattern motori: una strada difficile ma promettente

Capoccitti sta portando avanti un ulteriore studio, ancora in corso, basato sul confronto tra il modo di camminare della persona nei video e quello di Liliana Resinovich in altri filmati noti. Questa metodologia, nota come analisi del pattern motorio, potrebbe offrire indizi più precisi, ma richiede dati tecnici molto accurati, come angolazione delle telecamere e distanza.

“Purtroppo – aggiunge Capoccitti – i filmati disponibili sono stati registrati in condizioni molto diverse e con dispositivi differenti. Questo rende estremamente complicato un confronto attendibile, anche se non impossibile”.

Tecnologie avanzate al servizio delle indagini

Lo studio si è avvalso anche di tecniche di scannerizzazione 3D laser, grazie alle quali è stato possibile ricostruire un ambiente tridimensionale attraverso una “nuvola di punti”. In questo modo, è stato creato uno spazio misurabile all’interno del quale effettuare calcoli precisi sulle dimensioni e i movimenti della figura inquadrata.

L’utilizzo di software specializzati ha consentito di incrociare i dati e ricavare misurazioni utili, ma Capoccitti insiste sul fatto che queste tecnologie non possono sostituire la necessità di avere prove chiare e incontestabili.

L’importanza della corretta acquisizione dei filmati

Uno dei punti più critici sollevati dall’esperta riguarda la modalità di acquisizione dei file video, su cui non si hanno informazioni certe. “Non sappiamo esattamente come siano stati acquisiti i filmati”, spiega. “In un’indagine digitale, è fondamentale garantire la cosiddetta catena di custodia, ovvero la tracciabilità completa del materiale fin dal primo momento”.

Se i dati vengono raccolti senza seguire le linee guida internazionali, rischiano di essere compromessi o non più utilizzabili in sede legale. La tempestività e la correttezza nell’acquisizione sono quindi essenziali.

Videosorveglianza e casi di cronaca: una risorsa preziosa ma delicata

Il caso Resinovich si inserisce in un quadro più ampio in cui la videosorveglianza sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle indagini giudiziarie. Altri casi recenti, come quello di Pierina Paganelli, Mara Favro o Sara Campanella, hanno visto l’impiego (o la mancanza) di filmati diventare determinante per confermare o smentire le versioni degli indagati.

“La tempestività con cui vengono acquisite e analizzate le immagini può fare la differenza tra la verità e l’oscurità”, afferma Capoccitti. Le immagini, se gestite correttamente, rappresentano una fotografia della realtà. Ma se mal gestite, rischiano di diventare ambigue, aprendo la strada a interpretazioni erronee o, peggio, all’occultamento della verità.