martedì, Giugno 9

Avvelenate con la ricina, emerge un supertestimone: gli inquirenti ora scavano sull’amico di famiglia

Nel giallo delle due donne morte dopo un presunto avvelenamento da ricina, un nuovo tassello rischia ora di cambiare la direzione dell’inchiesta. Gli investigatori stanno concentrando l’attenzione su una figura rimasta finora sullo sfondo ma presente nei momenti più delicati della vicenda: un amico di famiglia che sarebbe intervenuto direttamente nell’abitazione prima del ricovero in ospedale.

Quello che inizialmente sembrava un semplice gesto di aiuto davanti a un malore improvviso, con il passare dei giorni ha assunto un peso diverso. In un’indagine dove ogni minuto può fare la differenza, anche una presenza considerata secondaria può trasformarsi in un elemento centrale per capire cosa sia realmente accaduto.

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La figura del supertestimone

madre e figlia ricina avvelenate

Secondo quanto emerso, già dal 26 dicembre, quando le condizioni delle due donne erano rapidamente peggiorate, sarebbe intervenuto Gianpiero Mastrogiorgio, docente di scienze infermieristiche e conoscente stretto della famiglia. Su richiesta del padre, l’uomo avrebbe praticato una flebo direttamente in casa per contrastare una forte disidratazione causata da vomito e malessere.

Da quel momento la sua presenza sarebbe stata costante. Nelle ore successive, mentre il quadro clinico delle due pazienti precipitava fino al collasso multiorgano, l’uomo si sarebbe recato anche all’ospedale di Campobasso per ottenere aggiornamenti e avrebbe mantenuto contatti continui con i familiari.

Le chat finite sotto esame

Gli inquirenti stanno ora analizzando con attenzione il contenuto dei messaggi telefonici e delle conversazioni intercorse tra il professore, i parenti e Alice, unica sopravvissuta del nucleo familiare. Il cellulare della donna è stato acquisito su disposizione della procura per ricostruire con precisione i tempi dei malori e i movimenti di chi era presente.

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