Nel giallo delle due donne morte dopo un presunto avvelenamento da ricina, un nuovo tassello rischia ora di cambiare la direzione dell’inchiesta. Gli investigatori stanno concentrando l’attenzione su una figura rimasta finora sullo sfondo ma presente nei momenti più delicati della vicenda: un amico di famiglia che sarebbe intervenuto direttamente nell’abitazione prima del ricovero in ospedale.
Quello che inizialmente sembrava un semplice gesto di aiuto davanti a un malore improvviso, con il passare dei giorni ha assunto un peso diverso. In un’indagine dove ogni minuto può fare la differenza, anche una presenza considerata secondaria può trasformarsi in un elemento centrale per capire cosa sia realmente accaduto.
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La figura del supertestimone

Secondo quanto emerso, già dal 26 dicembre, quando le condizioni delle due donne erano rapidamente peggiorate, sarebbe intervenuto Gianpiero Mastrogiorgio, docente di scienze infermieristiche e conoscente stretto della famiglia. Su richiesta del padre, l’uomo avrebbe praticato una flebo direttamente in casa per contrastare una forte disidratazione causata da vomito e malessere.
Da quel momento la sua presenza sarebbe stata costante. Nelle ore successive, mentre il quadro clinico delle due pazienti precipitava fino al collasso multiorgano, l’uomo si sarebbe recato anche all’ospedale di Campobasso per ottenere aggiornamenti e avrebbe mantenuto contatti continui con i familiari.
Le chat finite sotto esame
Gli inquirenti stanno ora analizzando con attenzione il contenuto dei messaggi telefonici e delle conversazioni intercorse tra il professore, i parenti e Alice, unica sopravvissuta del nucleo familiare. Il cellulare della donna è stato acquisito su disposizione della procura per ricostruire con precisione i tempi dei malori e i movimenti di chi era presente.
Proprio da quelle chat potrebbe emergere un dettaglio fondamentale: quando sarebbe avvenuto realmente il contatto con la sostanza tossica. È infatti sulla tempistica del possibile avvelenamento che si concentra una parte decisiva dell’indagine.
Il nodo delle flebo domestiche
Uno dei punti più delicati riguarda proprio le infusioni effettuate nell’abitazione. Le difese di alcuni medici indagati sostengono che il presunto avvelenamento potrebbe non risalire al 23 dicembre, come ipotizzato inizialmente, ma a una data successiva, più compatibile con il rapido peggioramento delle condizioni cliniche.
Per questo motivo gli investigatori vogliono chiarire cosa contenessero quelle flebo, da dove provenissero e se possano avere avuto un ruolo nella tragedia. Un elemento che potrebbe rivelarsi determinante per stabilire se si sia trattato di un incidente o di un atto volontario.
Le analisi sulla ricina
Parallelamente continuano gli accertamenti scientifici. La polizia scientifica sta esaminando gli alimenti sequestrati nell’abitazione alla ricerca di eventuali tracce di ricina, una delle tossine vegetali più pericolose al mondo. Al Policlinico di Bari sono in corso esami istologici, mentre gli specialisti del centro antiveleni stanno confrontando i risultati tossicologici per verificare la compatibilità con i sintomi registrati.
Nel frattempo la procura mantiene aperte tutte le ipotesi. La famiglia continua a sostenere la tesi dell’incidente domestico, ma chi indaga non esclude nessuna pista. E proprio il ruolo dell’amico di famiglia potrebbe diventare uno dei passaggi più delicati di un caso che continua a presentare zone d’ombra.