domenica, Agosto 2

Caso Corona–Falsissimo, l’Ordine dei giornalisti: “Non è censura, non esiste diritto a diffamare”

Il caso Falsissimo supera i confini del gossip e diventa un nodo centrale nel rapporto tra informazione, giustizia e piattaforme digitali. Dopo il comunicato ufficiale diffuso da Mediaset nelle ore successive all’ultima puntata del format di Fabrizio Corona, il tema arriva anche nel cuore dell’informazione televisiva generalista.

Nel corso dell’edizione serale del Tg5 di martedì 27 gennaio, Cesara Buonamici ha letto in diretta una dichiarazione congiunta firmata dal presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti e dalla segreteria generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Un intervento istituzionale netto, che chiarisce la portata della sentenza emessa dal Tribunale Civile di Milano e respinge con decisione l’ipotesi di una censura.

«Non esiste un diritto a diffamare»

Dopo la sentenza su Fabrizio Corona e Falsissimo, Ordine dei giornalisti e Fnsi intervengono: «Nessun diritto a diffamare, non è cronaca».

Il documento sottolinea come la decisione del tribunale rappresenti un principio giuridico chiaro e non negoziabile: non esiste alcun diritto a diffamare, indipendentemente dal mezzo utilizzato o dalla popolarità di chi comunica.

Secondo Ordine e Fnsi, la sentenza conferma che anche influencer e personaggi di rilievo della rete sono tenuti al rispetto della legge. Un passaggio che assume particolare rilevanza nel contesto digitale, dove la comunicazione spesso si muove in una zona grigia tra intrattenimento, informazione e sfruttamento dell’attenzione.

Responsabilità delle piattaforme digitali

Un altro punto centrale riguarda il ruolo delle grandi piattaforme online. La decisione del Tribunale di Milano apre alla possibilità di chiamare a rispondere anche chi trae profitto economico dalla diffusione sistematica di contenuti basati su odio, discredito e delegittimazione personale.

Secondo la dichiarazione letta al Tg5, è un passaggio importante perché rompe un meccanismo consolidato: quello per cui chi ospita e monetizza certi contenuti resta spesso al riparo da conseguenze dirette, mentre il danno reputazionale viene interamente scaricato sulle vittime.

Perché non è diritto di cronaca

Nel testo viene respinta con fermezza la linea difensiva che richiama il diritto di cronaca. Non solo perché Fabrizio Corona non è un giornalista, ma soprattutto perché Falsissimo non è una testata registrata e non svolge attività informativa in senso costituzionale.

Secondo Ordine e Fnsi, parlare di censura è quindi fuorviante: la sentenza non limita l’informazione, ma interviene su un’attività commerciale che utilizza il linguaggio dell’inchiesta senza rispettarne le regole.

Il diritto di cronaca non è assoluto

La presa di posizione istituzionale richiama anche un principio spesso dimenticato: il diritto di cronaca non è mai un diritto assoluto, nemmeno per i giornalisti.

Esso è subordinato a condizioni precise stabilite dalla giurisprudenza: rispetto della verità putativa, interesse pubblico della notizia e uso di un linguaggio corretto e non lesivo. Vincoli che servono a tutelare un bene primario come l’informazione, non a limitarla.

L’appello al Parlamento

La dichiarazione si chiude con una richiesta politica esplicita. Ordine dei giornalisti e Fnsi sollecitano norme più stringenti per contrastare chi si presenta come giornalista senza esserlo, svolgendo attività che nulla hanno a che fare con l’informazione.

Un appello che chiama in causa il legislatore e che apre un fronte destinato a far discutere: quello della regolamentazione del confine tra comunicazione commerciale, spettacolarizzazione del conflitto e informazione tutelata dalla Costituzione.

Il caso Corona–Falsissimo, dunque, non è solo una vicenda giudiziaria, ma un passaggio chiave nel dibattito su responsabilità, libertà di espressione e limiti nell’ecosistema mediatico contemporaneo.