martedì, Luglio 14

Flotilla, la Procura di Roma contesta la tortura

Per la prima volta nella storia dei rapporti giudiziari tra Italia e Israele, la Procura di Roma ha ipotizzato il reato di tortura. Il fascicolo riguarda gli attivisti della Global Sumud Flotilla, detenuti nel carcere israeliano di Ketziot nell’ottobre 2025 dopo essere stati intercettati dalle forze di Tel Aviv nelle acque del Mediterraneo. Un’inchiesta che si allarga, con nuovi reati contestati e la richiesta di rogatoria internazionale nei confronti di Israele all’orizzonte.

Un caso senza precedenti nella storia giudiziaria italiana

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Il reato di tortura si aggiunge a quelli già ipotizzati dal pm Stefano Opilio, coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi: sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Il fascicolo è formalmente aperto contro ignoti, ma la distinzione è puramente tecnica. Come spiega l’avvocata Tatiana Montella, parte del team legale della Flotilla: “È la prima volta che il reato di tortura viene contestato dall’Italia nei confronti di Israele”. L’autore materiale resta da identificare attraverso la rogatoria internazionale, ma la tortura — secondo la Procura — è avvenuta durante la detenzione degli attivisti da parte delle forze israeliane.

Le testimonianze: “Picchiati, senz’acqua, privati del sonno”

Sono 36 gli attivisti che al rientro in Italia hanno raccontato le violenze subite. Il quadro che emerge è pesante. “Alcuni sono stati picchiati, hanno ricevuto ginocchiate sulla schiena”, riferisce l’avvocata Montella. “In altri casi si è agito con la privazione del sonno e dell’acqua. Alle donne non è stato permesso di avere gli assorbenti”. Dettagli che, messi insieme, hanno convinto la Procura ad aggiungere la tortura all’elenco dei reati contestati.

La testimonianza diretta: “Ci hanno messo in gabbie per animali”

Silvia Severini era a bordo di una delle imbarcazioni attaccate dai droni israeliani nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2025. La sua testimonianza è una delle più dettagliate e delle più agghiaccianti.

Racconta di essere stata intercettata dalle forze israeliane nelle acque di Creta il 2 ottobre, dopo che il gruppo aveva deciso di spostarsi per ragioni di sicurezza. “Siamo stati perquisiti, e poi ci hanno chiusi sottocoperta. Siamo rimasti lì fino al porto di Ashdod. Non ci hanno mai permesso di andare in bagno né ci hanno dato acqua”.

Ma è con l’arrivo nel carcere nel deserto che la situazione precipita. “Ci hanno messo in una sorta di gabbia, uguale a quella che si usa per gli animali dello zoo”, racconta Severini. Poi arriva il ministro Ben-Gvir, esponente del governo Netanyahu. Gli attivisti gli urlano “Free Palestine”. Lui se ne va. E da quel momento le condizioni peggiorano ulteriormente: niente bagno, niente senso del tempo.

In cella le cose non vanno meglio. “La mia era da cinque ma eravamo in quindici. Non c’era acqua potabile e ci hanno tolto tutti i medicinali. La notte ci tenevano svegli, ci facevano alzare e andare avanti e indietro senza senso”.

“Non partirò di nuovo. Sono una madre, non me la sento”

Severini continua a collaborare con la Global Sumud Flotilla, ma non sarà sulla prossima nave. “Non me la sento di rivivere la detenzione”, dice con franchezza. “Sono una persona normale, una madre e impiegata”. Una testimonianza che vale più di qualsiasi comunicato: non tutte le ferite si vedono, e non tutte guariscono in fretta.

La prossima missione: “Questa volta andiamo per restare”

Nonostante tutto, la Global Sumud Flotilla non si ferma. Anzi, la notizia dell’indagine della Procura di Roma dà nuova forza all’organizzazione. La prossima missione coinvolge oltre 50 Paesi, con navi in arrivo anche da Barcellona. Ma l’obiettivo questa volta va oltre la consegna di aiuti umanitari: a bordo ci saranno medici, infermieri e insegnanti. “Questa volta le persone arrivano per restare”, spiega l’avvocata Patrizia Corpina, che coordina la logistica portuale dell’organizzazione.

Una missione più grande, più ambiziosa, e che parte con alle spalle qualcosa che non aveva mai avuto prima: un’inchiesta italiana per tortura contro Israele.