La decisione è stata presa e comunicata ai principali interlocutori istituzionali: l’Italia non aderirà al Board of Peace per Gaza promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La scelta del governo guidato da Giorgia Meloni si fonda su valutazioni giuridiche, costituzionali e politiche che rendono, allo stato attuale, impossibile la partecipazione italiana al nuovo organismo.
Al centro del no c’è il richiamo all’articolo 11 della Costituzione, che consente all’Italia di partecipare a organizzazioni internazionali per la pace solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». Un principio che, secondo Palazzo Chigi, non sarebbe rispettato dal progetto statunitense.
Il nodo costituzionale e le regole del Board

Il Board of Peace viene descritto come una struttura alternativa alle Nazioni Unite, con caratteristiche che sollevano forti perplessità sul piano giuridico. L’accesso all’organismo prevederebbe una quota di ingresso pari a un miliardo di dollari per ottenere un seggio permanente, una condizione ritenuta incompatibile con il principio di uguaglianza tra Stati previsto dalla Costituzione italiana.
La posizione della presidente del Consiglio sarebbe stata netta: «No, così non si può». Una valutazione che esclude margini di manovra sul piano formale, indipendentemente dalle relazioni politiche e diplomatiche con Washington.
Il confronto a Palazzo Chigi e la linea condivisa
La questione è stata affrontata in un confronto diretto tra Giorgia Meloni, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto. Al termine del colloquio è emersa una linea unitaria: l’adesione italiana al Board non è percorribile.
Oltre ai profili costituzionali, pesa anche l’aspetto procedurale. La ratifica di un trattato internazionale richiederebbe un passaggio parlamentare attraverso una legge ordinaria, con tempi ritenuti ormai incompatibili con le scadenze politiche e diplomatiche in corso.
I dubbi del Quirinale e il rischio Corte Costituzionale
Un ulteriore elemento di cautela riguarda il possibile intervento del Quirinale. Le regole di ingaggio previste dal Board of Peace potrebbero essere giudicate incostituzionali, aprendo la strada a un blocco del provvedimento o a un contenzioso davanti alla Corte Costituzionale.
All’interno della maggioranza, Forza Italia avrebbe spinto per una linea prudente, mentre la Lega si è allineata alla posizione dell’esecutivo. La convinzione condivisa è che l’adesione esporrebbe il Paese a rischi istituzionali difficilmente gestibili.
I rapporti con Trump e lo scenario internazionale
Il no italiano potrebbe rappresentare uno strappo nei rapporti con Donald Trump, soprattutto dopo le recenti divergenze sul dossier Groenlandia. Tuttavia, il governo sottolinea che la scelta non isola l’Italia sul piano internazionale.
Anche Germania e Regno Unito hanno deciso di non aderire al Board of Peace. In Europa, al momento, solo Ungheria e Albania sembrano orientate a partecipare al progetto promosso dalla Casa Bianca.
Davos e le prossime mosse diplomatiche
Giorgia Meloni potrebbe comunque essere presente a Davos per ragioni diplomatiche e di dialogo internazionale, chiarendo direttamente a Trump i limiti imposti dalla legislazione italiana. L’agenda della presidente del Consiglio prevede inoltre la partecipazione al Consiglio europeo straordinario convocato a Bruxelles per affrontare le tensioni tra Unione Europea e Stati Uniti.
Il Board of Peace per Gaza, concepito come un organismo alternativo all’Onu e sotto il diretto controllo americano, resta dunque un progetto ambizioso ma controverso, che per ora tiene l’Italia ufficialmente fuori.



















