domenica, Luglio 5

Decreto Piantedosi bocciato dai giudici: condannato il governo

Nuovo colpo giudiziario per il governo sul fronte migranti. Il Tribunale di Trapani ha stabilito che il fermo amministrativo della nave ONG Mare Jonio, avvenuto nell’ottobre 2023, fu illegittimo. Una decisione che comporta una conseguenza ormai già vista: il Ministero dell’Interno dovrà risarcire le spese legali sostenute dall’organizzazione.

Il caso Mare Jonio e la sentenza del tribunale

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Tutto nasce da un’operazione di salvataggio in mare: 69 persone, tra cui donne, bambini e un neonato, erano state soccorse da un gommone in difficoltà. L’intervento era avvenuto in un’area formalmente attribuita alla Libia per le operazioni SAR (Search and Rescue).

Secondo il tribunale, però, la Libia non può essere considerata un porto sicuro. Una valutazione centrale nella sentenza, che sottolinea come il Paese non abbia ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e presenti una situazione di sicurezza altamente instabile.

Di conseguenza, la scelta della nave di dirigersi verso l’Italia è stata giudicata corretta, rendendo illegittimo il fermo imposto dalle autorità italiane.

Il decreto Piantedosi nel mirino dei giudici

Alla base della decisione c’è ancora una volta il cosiddetto decreto Piantedosi, introdotto a inizio 2023 con l’obiettivo di regolamentare e limitare l’attività delle ONG nel Mediterraneo.

Negli ultimi anni, però, diversi tribunali italiani hanno più volte disapplicato alcune parti del decreto, ritenendole in contrasto con norme internazionali sul soccorso in mare.

Il punto critico resta sempre lo stesso: l’obbligo per le ONG di coordinarsi con le autorità di Paesi come la Libia, considerati non sicuri. Una condizione che, secondo i giudici, non può essere imposta quando mette a rischio la tutela delle persone soccorse.

Una serie di sentenze sfavorevoli per lo Stato

Il caso Mare Jonio non è isolato. Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le decisioni analoghe, con sanzioni annullate e risarcimenti riconosciuti alle organizzazioni coinvolte.

Il meccanismo, ormai consolidato, è sempre lo stesso: le navi vengono fermate in porto per giorni o settimane, ma successivamente i tribunali riconoscono l’illegittimità delle misure. Nel frattempo, però, le attività di soccorso subiscono rallentamenti significativi.

Questo comporta anche un impatto economico e operativo per le ONG, costrette ad affrontare cause legali lunghe e costose, nonostante i successivi rimborsi.

Le conseguenze politiche e il dibattito aperto

La nuova sentenza riaccende inevitabilmente il dibattito politico. Le organizzazioni umanitarie parlano apertamente di fallimento delle politiche restrittive, accusate di ostacolare i soccorsi invece di garantire la sicurezza in mare.

Nonostante le numerose bocciature in tribunale, però, il governo non ha finora mostrato segnali concreti di voler modificare il decreto.

A oltre tre anni dalla sua introduzione, il bilancio resta controverso: da un lato l’obiettivo di contenere gli sbarchi, dall’altro una lunga serie di pronunce giudiziarie contrarie e costi per lo Stato legati ai risarcimenti.