sabato, Luglio 11

Famiglia nel bosco, Crepet attacca: “A chi racconti le cose, alla quercia?”

Il caso della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo continua a far discutere, diventando un simbolo nazionale della tensione tra libertà genitoriale, obblighi scolastici e diritti dei minori. Dopo le dichiarazioni del sindaco e l’intervento del governo, arriva anche la posizione netta dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che ieri sera, ospite a Quarta Repubblica su Rete4, ha duramente criticato la scelta educativa dei genitori e la gestione dell’intera vicenda.

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Crepet: “La scuola è mediazione emotiva, non un dettaglio”

Parlando senza filtri, Crepet ha puntato il dito contro la decisione della famiglia di non mandare i figli a scuola e di praticare l’unschooling:

«Un bambino ha bisogno di giocare, ma oggi il gioco è finito. Difendere la camera da letto con la Playstation non ce la faccio. L’idea che la scuola non va bene, che possiamo fare tutto homemade, non è vera. Si rivoltano sulla tomba Don Milani e Montessori», ha dichiarato.

Lo psichiatra ha poi aggiunto che una casa famiglia deve essere l’ultima spiaggia, sottolineando come l’assenza di una tv o di comodità moderne non possa giustificare l’allontanamento dei minori. Tuttavia, ha insistito sull’importanza della scuola come luogo di relazione:

«La scuola non è ABCD, è un posto di mediazione emotiva. A chi le racconti le cose? All’asino, alla quercia, oppure ai compagni o alla maestra?».

I genitori: “Faremo ricorso, nella sentenza ci sono falsità”

Mentre Crepet alimentava il dibattito, l’avvocato della famiglia ha annunciato l’imminente ricorso contro la decisione del Tribunale dei Minori dell’Aquila. Secondo la difesa, nell’ordinanza ci sarebbero elementi non corrispondenti al vero.

«Nella sentenza sono state scritte falsità. Sono andati in cortocircuito. Nell’ordinanza si insiste sull’istruzione dei minori e si contesta l’attestato di idoneità della più grande. Attestato che invece esiste ed è protocollato», ha spiegato il legale a Open.

Secondo il Tribunale, la famiglia avrebbe reso la vicenda mediatica in modo eccessivo, diffondendo immagini e informazioni riconducibili ai minori, configurando così comportamenti genitoriali inadeguati.

Il nodo centrale: l’istruzione e la scelta dell’unschooling

Il punto più controverso resta la scelta dei genitori di adottare l’unschooling, un metodo educativo basato su apprendimento spontaneo, attività pratiche e rifiuto della scuola tradizionale. La madre, australiana, ed ex istruttrice di equitazione, e il padre, inglese, ex chef, hanno spiegato più volte la loro filosofia:

«Imparano dai libri che abbiamo in casa e soprattutto guardando noi lavorare nell’orto, fare il pane, cucinare, usare la motosega. È un modo diverso di acquisire nozioni», aveva raccontato il padre.

Secondo le regole italiane dell’istruzione parentale, però, i bambini devono sostenere un esame annuale di idoneità. Il mancato rispetto di questo obbligo è stato uno dei punti contestati dai giudici.

Una vita autosufficiente nel bosco, con 300 euro al mese

La famiglia vive in un casolare in pietra senza acqua corrente, senza gas, senza bagno all’interno e con un solo pannello fotovoltaico per la luce essenziale. Coltivano, cucinano ciò che producono e vivono con un budget di circa 300 euro al mese.

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La madre sostiene di guadagnare da attività online legate al benessere psicofisico e da rendite familiari in Australia. Il padre si occupa dell’orto e fa piccoli lavori artigianali. Chi li ha incontrati ha descritto una famiglia serena, unita e felice.

Secondo una ricerca di LAIF, l’unschooling rappresenta circa il 17% delle scelte educative alternative tra le famiglie italiane che praticano istruzione parentale. Il metodo prevede apprendimento libero, vita all’aria aperta, contatto con il territorio e ritmi non scolastici.

La legge italiana, però, richiede comunque un esame statale annuale, per garantire il rispetto dell’obbligo formativo.