L’intervista di Paolo Crepet al Corriere della Sera sta alimentando un dibattito acceso sul ruolo dei Suv nella cultura italiana contemporanea. Ma, come spesso succede con lo psichiatra più citato d’Italia, la questione automobilistica diventa rapidamente un pretesto per parlare di qualcosa di più grande: il nostro rapporto con il tempo, la famiglia, l’identità sociale e la paura di crescere. Un’analisi che colpisce perché non indulge in mezze misure, ma punta dritta al centro delle contraddizioni del nostro presente.

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Le parole di Crepet arrivano dopo il tragico incidente di Milano, in viale Fulvio Testi, dove un Suv a velocità folle è diventato simbolo di ciò che lui definisce “il ritratto del nulla”. E la sua lettura ha immediatamente acceso discussioni, polemiche, confronti sui social. Per Crepet, infatti, il Suv non è solo un mezzo: è un segno culturale, un gesto estetico, una proiezione psicologica. Un simbolo di un’aspirazione tradita, di un ceto medio che cerca status più che stabilità, apparenza più che consistenza.
“Il Suv è il sogno imperfetto di una borghesia che non cresce”
La frase più forte dell’intervista colpisce per la sua precisione chirurgica: “Il Suv è il sogno imperfetto di una borghesia che non riesce più a crescere”. Crepet non parla di motori, cilindrata o consumi, ma di un immaginario collettivo impoverito, dove il possesso diventa sostituto della crescita personale. Dove l’oggetto non è più strumento, ma identità.
Il Suv diventa quindi l’emblema di una classe sociale che si percepisce fragile, insicura, spaesata. Non è un caso che Crepet aggiunga la domanda più provocatoria dell’intervista: “Cosa c’è dopo il Suv? Un camion?”. Una provocazione che descrive bene una spirale senza contenuto: più grande, più alto, più ingombrante, ma non più significativo. Una corsa che somiglia a un accumulo senza direzione.
Per Crepet, infatti, l’incidente non è solo un evento di cronaca, ma un sintomo: due auto che corrono a 150 km/h non rappresentano una necessità, ma uno stato mentale collettivo. Una velocità senza scopo, un eterno sabato sera senza destinazione, un bisogno di performance anche dove la performance non serve.
La “buona famiglia” secondo Crepet: tra ironia e schiaffi alla realtà
In un passaggio destinato a diventare virale, Crepet demolisce il concetto tradizionale (e ormai inconsistente) di “figli di buona famiglia”. Una frase che spesso nei media viene usata come sinonimo di affidabilità o moralità, ma che per lui non significa nulla. Anzi: è diventato un marchio fuori tempo massimo.
Crepet ridicolizza il concetto ricordando che oggi la “buona famiglia” è spesso quella in cui il genitore cinquantenne gioca a padel con i jeans strappati per fingersi eternamente giovane. Una società, dice, dove gli adulti scappano dalla responsabilità dell’età più di quanto lo facciano gli adolescenti. E dove il tempo libero non è più occasione di relazione, ma di competizione, di immagine, di fuga.
Nella sua visione, la famiglia che funziona davvero non cerca l’eterna giovinezza e non vuole imitare i figli. È una famiglia che gioca a Shangai. L’immagine è potente e quasi poetica: un gioco antico, lento, silenzioso, che richiede pazienza, attenzione, tempo dedicato. Un gioco che non si può fare mentre si controllano le notifiche sul telefono. Un gioco che suggerisce una socialità più autentica, più umana, più radicata.
Droghe, gioventù e potere: “Fa comodo a tutti che i giovani non pensino”
Crepet non risparmia critiche nemmeno sul tema delle dipendenze giovanili. E qui la sua analisi diventa ancora più politica: “Le droghe hanno successo perché i giovani che non pensano fanno comodo al potere e persino ai genitori”. Una frase durissima, che punta dritta alla responsabilità degli adulti.
Secondo Crepet, oggi il vero problema non è solo la droga in sé, ma una cultura della delega: genitori che danno denaro ai figli senza seguirli, istituzioni che preferiscono giovani disimpegnati piuttosto che critici, una società che considera trasgressione ciò che un tempo era semplice autonomia.
È un’accusa alla superficialità sistemica: la stessa superficialità che spinge qualcuno a correre in Suv a 150 km/h senza una ragione, a cercare eccessi per colmare vuoti interiori, a confondere libertà con assenza di limiti.
La critica a Milano: da “capitale morale” a “capitale confusa”
Crepet dedica una parte dell’intervista anche a Milano, città che definisce “capitale confusa”. Una definizione che colpisce perché arriva da chi ha vissuto la Milano delle idee, dei progetti, delle discussioni culturali. La Milano di Toscani e Fiorucci, fatta di serate senza rumore ma piene di parole.
Oggi, dice Crepet, la città non sa più dove andare. Troppo rumore, troppa corsa, troppa estetica. La cultura dello ieri – fatta di ascolto, apprendimento, dialogo – ha lasciato spazio a una frenesia senza scopo. Una visione che si inserisce perfettamente nel suo discorso sui Suv: rumore, massa, ingombro, potenza apparente. Una metafora che torna sempre.
Il miracolo agli Arcimboldi: “Le persone che stanno ad ascoltare”
Crepet chiude l’intervista con una riflessione che è quasi un manifesto: “Il miracolo sarà vedere persone che stanno un’ora e mezza ad ascoltare me che sto seduto, senza muovermi”. Una frase che sembra una provocazione, ma è in realtà una diagnosi: non sappiamo più ascoltare.
Il suo spettacolo al Teatro degli Arcimboldi, dice, sarà un successo proprio perché offre qualcosa che oggi manca: tempo dedicato, attenzione, silenzio, concentrazione. Il contrario esatto della vita iperattiva che celebra il Suv e la velocità fine a se stessa.
Il pubblico, secondo Crepet, paga per essere riportato a un ritmo umano. Un paradosso che dice molto sulla nostra epoca: per fermarsi bisogna acquistare un biglietto.
Il significato finale del Suv secondo Crepet
Alla fine, l’intervista non parla di automobili: parla di noi. Il Suv è solo il pretesto per dire che viviamo in un’epoca di:
- adultescenza cronica, dove si rifiuta di diventare adulti;
- consumismo emotivo, dove si comprano identità più che oggetti;
- ipervelocità senza scopo;
- rincorsa goffa allo status;
- assenza di radicamento nei legami familiari;
- vuoto culturale mascherato da eccesso di attività.
Il Suv è il simbolo perfetto del nostro smarrimento: grande, imponente, rumoroso, accelerato, ma spesso privo di direzione reale. Un contenitore che nasconde un vuoto, una corazza per un’identità fragile.
Per Crepet, la vera alternativa non è una scelta di mobilità, ma una scelta di profondità. Sostituire la corsa senza meta con il tempo lento dello Shangai. Sostituire l’urgenza con l’ascolto. Sostituire la fuga con il radicamento. È questa la rivoluzione che propone: non sociale, non politica, ma culturale e familiare.
Un messaggio che, come sempre, divide, fa discutere e lascia domande aperte. Forse proprio per questo colpisce così tanto.