La Flotilla si prepara a ripartire, ma prima ancora di solcare il mare ha bisogno di conquistare un altro terreno: quello mediatico. Dopo mesi di stallo, polemiche interne e defezioni eccellenti, il progetto pro Palestina rilancia la propria strategia puntando su nuovi volti simbolici, capaci di catalizzare attenzione, consenso e partecipazione.
La prossima finestra operativa, salvo rinvii, è prevista tra marzo e aprile. Ma la vera partita, oggi, non si gioca sull’acqua: si gioca nelle università, nelle piazze, nei social e negli eventi pubblici. È lì che la Flotilla tenta di ricostruire la propria legittimità politica e il proprio bacino di sostegno.
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Fuori Greta Thunberg, archiviata dopo le fratture interne

La prima novità è l’assenza ormai definitiva di Greta Thunberg. Dopo le tensioni esplose lo scorso anno con il direttivo della Flotilla — culminate in rotture pubbliche, accuse reciproche e persino un cambio di imbarcazione — la giovane attivista svedese sembra definitivamente fuori dal progetto.
Una perdita pesante sul piano simbolico. Greta rappresentava un marchio globale, una calamita mediatica capace di attirare attenzione ben oltre la cerchia degli attivisti più radicalizzati. Senza di lei, la Flotilla ha dovuto ripensare la propria comunicazione e cercare un nuovo frontman.
Il nuovo volto: Patrick Zaki
Quel volto, oggi, potrebbe essere Patrick Zaki. L’attivista egiziano sarà tra i protagonisti di un incontro in programma a Torino, ospitato ancora una volta negli spazi universitari, insieme a una giornalista e a uno degli organizzatori storici della Flotilla.
La scelta non è casuale. Zaki incarna un profilo perfetto per la narrazione del progetto: una storia personale forte, una riconoscibilità pubblica consolidata e una capacità di parlare a un pubblico trasversale, in particolare nel mondo accademico e giovanile.
La Flotilla non cerca solo volontari: cerca consenso, legittimazione, amplificazione.
La propaganda come strumento centrale
I messaggi che accompagnano la promozione dell’evento torinese sono emblematici. Retorica bellica, linguaggio iperbolico, accostamenti forzati tra scenari geopolitici differenti e un unico filo conduttore: l’indignazione permanente.
Gaza, Venezuela, America Latina, Medio Oriente, Africa, Trump, l’Occidente, l’imperialismo: tutto viene fuso in un unico racconto, dove ogni conflitto diventa parte di un grande disegno globale. Un granmix ideologico che ha un obiettivo preciso: alimentare mobilitazione emotiva e senso di appartenenza.
Non solo navi: la Flotilla batte cassa
Accanto alla propaganda politica, c’è un altro elemento centrale: il finanziamento. L’organizzazione non lo nasconde e parla apertamente della necessità di raccogliere centinaia di migliaia di euro per sostenere la nuova spedizione.
Le risorse servono per le imbarcazioni, la logistica, le comunicazioni e il supporto operativo. Ma anche — ed è questo il punto — per mantenere viva una macchina mediatica che, senza visibilità, rischierebbe di spegnersi rapidamente.
La chiamata ai volontari: dal mare alla passerella
Le posizioni aperte per l’arruolamento sono numerose e spaziano dai ruoli tecnici a quelli simbolici. Cercano capitani, membri dell’equipaggio, tecnici, ma anche figure senza alcuna esperienza marittima, imbarcate esclusivamente per “fare numero”.
Tra le richieste più curiose spicca quella di “costruttori ecologici”, chiamati a supportare presunte attività di ricostruzione e sviluppo sostenibile sotto coordinamento palestinese. Un obiettivo che, nei fatti, appare difficilmente realizzabile nelle condizioni operative reali.
Un progetto senza sbocco concreto
Il punto critico resta sempre lo stesso:
la Flotilla non ha reali possibilità di raggiungere gli obiettivi dichiarati. Le precedenti spedizioni lo dimostrano. Le navi vengono fermate, intercettate o bloccate prima di qualsiasi impatto concreto.
Eppure il progetto continua a riproporsi, perché la sua vera funzione non è operativa ma simbolica. È una macchina ideologica capace di garantire visibilità, legittimazione morale e una narrazione di appartenenza.
La funzione politica della Flotilla
Alla fine, la Flotilla serve soprattutto a questo: offrire una passerella mediatica a chi vi partecipa e una valvola identitaria a una parte della sinistra che cerca conferme morali più che soluzioni concrete.
Non cambia i rapporti di forza, non incide sul conflitto, non modifica gli equilibri geopolitici. Ma permette a chi vi aderisce di sentirsi “dalla parte giusta”, in un rituale politico che si consuma molto prima di salpare.