Di fronte alla violenza cieca esplosa a Torino, resta un’immagine che va oltre la cronaca e parla direttamente alla coscienza del Paese. Non slogan, non polemica politica, ma un gesto istintivo, umano, che ha fatto la differenza tra la vita e la morte.
Due uomini, un istante che segna per sempre
Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti
camminano oggi lungo i corridoi dell’ospedale Molinette con il passo lento di chi è sopravvissuto a qualcosa che lascia il segno. Non sono solo due poliziotti feriti: sono due colleghi che hanno guardato in faccia il peggio e ne sono usciti insieme.
Piccoli gesti scandiscono il ritorno alla normalità: un caffè alla macchinetta, una sigaretta all’aperto, qualche parola scambiata a bassa voce. Momenti banali, che solo poche ore prima sembravano impossibili.
“Era un agguato, volevano farci fuori”

Il racconto di Alessandro Calista è diretto, senza retorica. “Era un agguato, volevano farci fuori”, dice ripensando a quei minuti interminabili durante la manifestazione degenerata in guerriglia urbana.
Le immagini diffuse mostrano una dinamica brutale: prima dieci contro uno, poi dieci contro due. Calci, pugni, colpi inferti mentre l’agente è a terra, senza casco né maschera antigas, sottratti dagli aggressori. Martellate che hanno rischiato di trasformare un servizio di ordine pubblico in una tragedia irreversibile.
L’abbraccio che diventa scudo
Nel caos, nasce una scena che ha colpito profondamente l’opinione pubblica. Lorenzo Virgulti torna indietro, rompe l’accerchiamento e si getta sul collega, facendogli da scudo con il proprio corpo.












