domenica, Aprile 12

Madre e figlia avvelenate, giallo della ricina: il padre rompe il silenzio

Un caso ancora pieno di ombre, tra dolore familiare e indagini aperte. A Campobasso continua a far discutere il mistero della ricina, la sostanza tossica rilevata nel sangue di una madre e di sua figlia, morte dopo un malore improvviso. Al centro della vicenda c’è Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che rompe il silenzio affidandosi a un nuovo avvocato.

«Non ho segreti, ma ho bisogno di aiuto». È questo, secondo quanto ricostruito, il senso dello sfogo dell’uomo al legale Vittorino Facciolla, scelto per seguirlo in una delle fasi più delicate dell’inchiesta.

Due morti improvvise e l’ipotesi ricina

madre e figlia ricina avvelenate

La tragedia riguarda Antonella Di Ielsi e la figlia Sara, 15 anni, entrambe morte dopo aver accusato gravi malori e un ricovero d’urgenza. In un primo momento si era pensato a un’intossicazione alimentare.

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Ma il quadro è cambiato radicalmente quando il Centro antiveleni di Pavia ha rilevato la presenza della ricina nel sangue delle due vittime. Da quel momento, la Procura di Campobasso ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato.

Di Vita ascoltato dagli inquirenti

Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella, è stato ascoltato a lungo dagli investigatori insieme alla figlia maggiore. L’uomo era presente durante i pasti consumati nei giorni precedenti alla tragedia, ma ha accusato solo lievi disturbi gastrointestinali.

Anche lui è stato ricoverato, trasferito allo Spallanzani di Roma, ma si è salvato. Un elemento che resta al centro degli accertamenti: secondo gli esperti, una quantità significativa di ricina sarebbe stata letale anche per lui.

Il nuovo avvocato: «È una persona distrutta»

A difenderlo ora è Vittorino Facciolla, consigliere regionale e amico personale, che descrive un uomo profondamente provato:

«È una persona che stimo moltissimo, assolutamente adamantina. Si trova al centro di una narrazione devastante. È distrutto dal dolore e dall’idea di essere indicato come responsabile della morte della moglie e della figlia».

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