È morta Silvia Monti, ex attrice del cinema italiano e moglie dell’imprenditore Carlo De Benedetti. Aveva 80 anni e si è spenta il 12 agosto a Lugano, in Svizzera, dove viveva da tempo, dopo una malattia. La notizia è stata confermata all’agenzia Adnkronos.
La sua carriera davanti alla macchina da presa durò appena sei anni. Poi, nel pieno del successo, la decisione che ne ha definito la biografia più di qualsiasi film: smettere.
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Chi era Silvia Monti

All’anagrafe si chiamava Silvia Cornacchiaed era nata il 23 gennaio 1946 a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza. Il dettaglio merita una precisazione: diverse biografie in circolazione, comprese quelle online più consultate, indicano ancora Venezia come luogo di nascita. È un errore che si trascina da anni.
Debuttò sul grande schermo nel 1969, in una piccola parte in Fräulein Doktor di Alberto Lattuada. Nello stesso anno girò altri tre film: Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi, Il cervello di Gérard Oury e Sai cosa faceva Stalin alle donne? di Maurizio Liverani. Un esordio compresso in dodici mesi, come accadeva nell’industria di allora.
Una filmografia breve e trasversale
Negli anni successivi Monti attraversò generi molto diversi, che è poi la cifra del cinema italiano di quella stagione. Recitò in Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci e in Giornata nera per l’ariete di Luigi Bazzoni, due titoli oggi ricorrenti nelle retrospettive sul thriller italiano.
Passò poi all’avventura con Il corsaro nero, accanto a Bud Spencer, e alla commedia con Il domestico. In pochi anni si era costruita un profilo riconoscibile, capace di muoversi tra il poliziesco, il giallo e la commedia senza restare incastrata in un solo registro.
Il film che cambiò tutto, e la scelta di andarsene
Il momento decisivo arrivò nel 1974 con Finché c’è guerra c’è speranza, diretto e interpretato da Alberto Sordi. Monti ne era la co-protagonista: interpretava Silvia, moglie di Pietro Chiocca, un venditore di armi. Il personaggio è quello di una donna che asseconda il tenore di vita garantito dagli affari del marito senza porsi troppe domande sulla loro natura — funzione narrativa centrale in un film che è tra i più feroci mai girati da Sordi sull’ipocrisia della borghesia italiana.

Fu il suo successo più grande. E fu anche l’ultimo. Al culmine della popolarità, con una carriera in piena ascesa, Silvia Monti decise di lasciare il cinema e di ritirarsi dalla vita pubblica.
È qui che la sua storia si distingue. Negli anni Settanta il ritiro di un’attrice era di norma un esito subito, non scelto: il mercato consumava i volti femminili con rapidità e li restituiva alla vita privata quando smettevano di essere richiesti. Monti se ne andò mentre era richiesta, e non tornò. In cinquant’anni non ci sono state rentrée, ospitate nostalgiche, riletture della propria carriera. Il silenzio è stato integrale e, a quanto risulta, senza rimpianti dichiarati.
La vita privata
Dopo l’uscita di scena sposò il conte veneziano Luigi Donà dalle Rose, dal quale ebbe due figli, Leonardo e Una. La coppia si separò nel 1994, dopo circa venticinque anni; le cronache dell’epoca riferirono che tra i due rimase un rapporto di stima.
Il 10 luglio 1997 si risposò con Carlo De Benedetti. La cerimonia si svolse nel municipio di Torino, alla presenza dell’allora sindaco Valentino Castellani. Il legame è durato quasi trent’anni, trascorsi in larga parte a Lugano, lontano dall’esposizione pubblica.
Restano una manciata di film girati in sei anni, alcuni dei quali continuano a circolare nelle rassegne dedicate al cinema di genere italiano. E resta una decisione che, a distanza di mezzo secolo, appare meno enigmatica di quanto sembrasse allora: aver capito prima di altri quando era il momento di uscire dall’inquadratura.