L’inchiesta sulla tragica vicenda di Pietracatella, segnata dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita a causa di un avvelenamento da ricina, si arricchisce di un elemento cruciale che fa chiarezza sulle posizioni dei familiari superstiti. I recenti riscontri scientifici giunti direttamente dalla Germania hanno fornito risposte dettagliate e inequivocabili sul potenziale coinvolgimento o sulla contaminazione degli altri membri del nucleo familiare.
Attraverso analisi di laboratorio di altissima precisione, le autorità investigative hanno potuto ricostruire con maggiore esattezza i contorni di una vicenda complessa e drammatica, che ha scosso profondamente la comunità locale e l’opinione pubblica.
Gli esiti degli esami condotti a Berlino

Gli accertamenti ematologici effettuati sui campioni biologici di Gianni Di Vita e della figlia Alice Di Vita hanno dato esito del tutto negativo per quanto riguarda il contatto con la ricina. I prelievi di sangue, eseguiti all’inizio del mese di luglio, erano stati inviati presso le strutture specializzate del Robert Koch Institute di Berlino, un centro di riferimento a livello internazionale per lo studio delle tossine e dei veleni.
L’istituto tedesco dispone di tecnologie investigative di ultima generazione, capaci di individuare con estrema sensibilità la presenza di anticorpi specifici, evidenziando un’eventuale esposizione alla sostanza tossica anche a distanza di diversi mesi dall’ipotetico contatto. I risultati ufficiali inviati agli inquirenti italiani confermano in maniera categorica che né il padre né la figlia sono mai entrati in contatto con il potente veleno biologico.
Le conferme rispetto alle indagini nazionali
Le conclusioni dei laboratori tedeschi avvalorano e consolidano quanto già emerso nei mesi precedenti dalle analisi effettuate dal Centro antiveleni di Pavia. La decisione della procura di Larino di rivolgersi all’istituto scientifico di Berlino è nata dalla volontà di ottenere una conferma ulteriore e scientificamente inoppugnabile su un aspetto cardine del quadro probatorio.
Cercare tracce immunitarie nel sangue dei familiari serviva a stabilire se vi fosse stata una somministrazione a basse dosi o un contatto accidentale prolungato nel tempo all’interno dell’ambiente domestico. Con la smentita ufficiale di ogni forma di esposizione per Gianni e Alice Di Vita, le indagini giudiziarie proseguono ora concentrandosi sulle modalità esclusive con cui la sostanza letale è stata assunta dalle due vittime.
Gli sviluppi dell’attività investigativa
Parallelamente agli approfondimenti di natura medico-legale e scientifica, la procura guidata da Elvira Antonelli prosegue il lavoro di ascolto e di raccolta delle testimonianze per ricostruire la catena degli eventi.
Nei giorni scorsi Alice Di Vita è stata nuovamente convocata e ascoltata dagli inquirenti per chiarire ulteriori dettagli utili alle indagini. Si tratta, va precisato, di un atto ordinario nell’ambito di un’inchiesta di questa complessità e non implica alcuna posizione di responsabilità a suo carico, come confermano proprio gli esami di Berlino appena resi noti.
L’attenzione degli investigatori rimane concentrata anche sugli accertamenti di tipo informatico, come dimostra il sequestro e l’analisi del dispositivo telefonico della ragazza, finalizzati a ricostruire interazioni, messaggi e spostamenti relativi agli ultimi cinque mesi antecedenti alla tragedia. Ogni elemento materiale e digitale viene minuziosamente esaminato dagli inquirenti per fare piena luce sulla provenienza della ricina e sulle effettive responsabilità legate alla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.