Le cause possono essere diverse:
- Genetiche, legate a mutazioni che compromettono la struttura delle cellule del muscolo cardiaco;
- Post-infettive, in seguito a una miocardite virale che danneggia il cuore;
- Idiopatiche, quando non si riesce a individuare un’origine precisa.
I sintomi nei bambini possono essere inizialmente subdoli: difficoltà ad alimentarsi, scarso accrescimento, affanno durante il pianto o il gioco, sudorazione eccessiva, stanchezza marcata. Nei casi più avanzati compaiono segni di scompenso cardiaco come ritenzione di liquidi, ingrossamento del fegato e difficoltà respiratoria.
Le cure: farmaci, supporti meccanici, trapianto
La prima linea di trattamento è farmacologica. I medicinali aiutano il cuore a lavorare meglio, riducono il carico di lavoro e controllano i sintomi. Quando la funzione cardiaca si deteriora ulteriormente, si può ricorrere a dispositivi di assistenza meccanica, come l’ECMO o i sistemi di supporto ventricolare, che sostengono temporaneamente la funzione del cuore.
Se il muscolo è ormai troppo compromesso e non risponde alle terapie, l’unica opzione resta il trapianto di cuore. Nei bambini si tratta di un intervento estremamente complesso: servono compatibilità biologica, tempi rapidissimi e un’organizzazione impeccabile. Non sempre però il paziente arriva al trapianto nelle condizioni ideali, perché la malattia può progredire rapidamente e coinvolgere anche altri organi.
Una sfida medica e umana
La cardiomiopatia dilatativa non è solo una diagnosi clinica. È un percorso che coinvolge intere famiglie, costrette a convivere con ricoveri frequenti, attese cariche di angoscia e decisioni difficilissime.
La ricerca sta facendo progressi, soprattutto sul fronte genetico e nelle tecnologie di assistenza cardiaca. Tuttavia resta una patologia ad alto impatto, che nei casi più gravi mette a dura prova la medicina e chi si trova ad affrontarla.
















