Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore de L’Avanti!, è stato arrestato lunedì 10 agosto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. L’ordigno era esploso il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia, alle porte di Roma. La misura di custodia cautelare in carcere è stata emessa dal gip della Capitale su richiesta della Procura guidata da Francesco Lo Voi, che contesta anche il metodo mafioso.
Come si è arrivati all’arresto

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L’esecuzione è avvenuta nel primo pomeriggio, a opera dei carabinieri dei Nuclei investigativi di Roma e Frascati. Non è un fulmine a ciel sereno: Lavitola era stato perquisito il 4 luglio e convocato in procura l’8 luglio, occasione in cui si era avvalso della facoltà di non rispondere rendendo dichiarazioni spontanee.
L’inchiesta, avviata dal pm Carlo Villani e seguita ora dal pm della Dda Edoardo De Santis, aveva già prodotto a fine giugno quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali. A loro sono contestati, a vario titolo, detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. L’arresto di oggi chiude idealmente il percorso a ritroso: dagli esecutori all’intermediario, dall’intermediario a chi secondo l’accusa avrebbe concepito il disegno.
Il ruolo attribuito all’intermediario latitante
Contestualmente il gip ha disposto la custodia in carcere anche per Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense descritto come socio e factotum di Lavitola. L’uomo è al momento ricercato e si troverebbe in Africa.
Secondo la ricostruzione dei pm capitolini, Lavitola avrebbe dato mandato a Tavares di individuare i soggetti in grado di reperire l’esplosivo e di compiere l’azione. Tavares avrebbe poi fatto da raccordo operativo, reclutando e istruendo gli esecutori. All’imprenditore viene attribuita anche una partecipazione diretta a un primo sopralluogo, il 15 settembre 2025, mentre una seconda ricognizione sul litorale laziale sarebbe avvenuta il 10 ottobre, cinque giorni prima dell’attentato, con l’impiego di un’auto intestata a un familiare di Tavares.
Le prove digitali che avrebbero retto l’impianto
L’elemento più significativo sul piano investigativo riguarda il modo in cui il quadro è stato costruito. I carabinieri parlano di un impianto accusatorio fondato sull’analisi incrociata dei tabulati telefonici e telematici delle celle che servono l’area dell’attentato, sul tracciamento dei veicoli impiegati nelle fasi preparatorie e sull’esame forense dei cellulari in uso agli indagati. Secondo gli inquirenti, proprio questi accertamenti avrebbero smentito i tentativi degli indagati di precostituirsi degli alibi. Si tratta comunque della prospettazione dell’accusa, che dovrà reggere al vaglio del giudice.
Un rapporto personale che complica il quadro
La vicenda si intreccia con un elemento che Ranucci stesso ha reso pubblico: tra il giornalista e Lavitola esisteva un rapporto di conoscenza, nato dopo che Report si era occupata dell’imprenditore, e Lavitola sarebbe stato in seguito una fonte per alcune inchieste. È un dettaglio che il conduttore ha rivendicato apertamente e che ha alimentato discussioni, ma che al momento non modifica l’impianto accusatorio, il quale poggia su riscontri tecnici e non su ricostruzioni di movente.
Lavitola non è un nome nuovo per le cronache giudiziarie italiane: la sua attività è stata al centro di diverse inchieste nel corso degli anni. Nessuno dei procedimenti passati ha però attinenza con i fatti contestati oggi, e va tenuto distinto.
Cosa succede adesso
Il passaggio procedurale immediato è l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, nel quale l’indagato potrà rispondere o avvalersi nuovamente della facoltà di non rispondere, e nel quale la difesa potrà chiedere la revoca o l’attenuazione della misura. Restano aperti due fronti: la localizzazione e l’estradizione del latitante, e la ricostruzione completa delle ragioni che, secondo l’accusa, avrebbero portato a colpire un giornalista che vive sotto scorta da anni.
Va ricordato che una misura cautelare non è una condanna: gli indagati sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva e le ricostruzioni riportate sono quelle dell’accusa, non fatti accertati.
Al di là del singolo procedimento, resta il punto che rende questa vicenda diversa da una qualsiasi cronaca giudiziaria: un ordigno esploso sotto casa di chi fa inchiesta, con l’aggravante del metodo mafioso contestata dai pm. È la misura di quanto sia diventato esposto, in Italia, il mestiere di raccontare ciò che qualcuno preferirebbe tacere.