Sei anni dopo il 3 agosto 2020, il caso di Viviana Parisi e del figlio Gioele Mondello, morti nelle campagne di Caronia, nel Messinese, continua a essere raccontato come una vicenda aperta. Sul piano formale non lo è: l’inchiesta è archiviata dal novembre 2021 e l’ultima istanza di riapertura è stata respinta nell’estate 2025. Ma le obiezioni della famiglia restano sul tavolo, e vale la pena capire quali siano e perché finora non abbiano avuto seguito.
Cosa accadde nell’agosto 2020

Leggi anche:Capaccio Paestum, malore in mare sulla spiaggia di Licinella: muore una donna di 68 anni
Leggi anche:Lampedusa, il regista Cristiano Giamporcaro morto a 29 anni travolto da un gommone durante un’immersione
Leggi anche:L’addio straziante della ministra Roccella al marito: parole che commuovono
La mattina del 3 agosto Viviana Parisi, dj, uscì dalla sua abitazione di Venetico con il bambino, dicendo al marito Daniele Mondello di voler andare a Milazzo. L’auto imboccò invece l’autostrada A20 verso Palermo e, nella galleria Pizzo Turda, fu coinvolta in un lieve incidente con un furgone impegnato in lavori di manutenzione. Poco dopo madre e figlio furono visti allontanarsi a piedi verso le campagne di contrada Sorba. Da quel momento se ne persero le tracce.
Dopo giorni di ricerche con vigili del fuoco, forze dell’ordine, volontari e droni, il corpo della donna fu individuato l’8 agosto ai piedi di un traliccio dell’alta tensione. I resti del bambino furono trovati il 19 agosto, sedici giorni dopo la scomparsa, in un’area boschiva a diverse centinaia di metri di distanza, da un volontario ed ex carabiniere, Giuseppe Di Francesco.
L’archiviazione: cosa stabilisce davvero
L’inchiesta della Procura di Patti, guidata dal procuratore Angelo Cavallo, si chiuse il 10 novembre 2021, quando il gip Eugenio Aliquò accolse la richiesta di archiviazione con un provvedimento di 495 pagine, respingendo l’opposizione della famiglia.
Un punto va chiarito perché viene spesso riassunto male. Per la morte di Gioele gli investigatori non stabilirono una causa certa: l’ipotesi della responsabilità materna, o di un evento traumatico non meglio definito, fu ritenuta la più probabile e fondata, non accertata. Quanto alla madre, la ricostruzione giudiziaria indica un gesto autolesivo maturato in una condizione di fragilità psicologica. Ciò che il provvedimento esclude in modo esplicito è il coinvolgimento, anche indiretto, di terze persone.
I punti contestati dai consulenti della famiglia
Daniele Mondello non ha mai accettato quella lettura e da sei anni chiede nuovi accertamenti, sostenendo che la moglie sia stata uccisa mentre cercava di proteggere il figlio. “Non l’avrebbe mai toccato”, ha ripetuto in più occasioni pubbliche.
I consulenti nominati dai legali della famiglia hanno indicato nel tempo una serie di elementi che, a loro giudizio, non sarebbero compatibili con la ricostruzione ufficiale. Sul piano tossicologico, sostengono che gli esami su sangue e capelli non abbiano rilevato benzodiazepine o sostanze stupefacenti, elemento che a loro avviso indebolisce il quadro di fragilità descritto negli atti. Contestano poi la praticabilità materiale della dinamica, considerando la corporatura minuta della donna e le condizioni di un traliccio metallico esposto al sole in piena estate, e rilevano che sulla struttura non sarebbero state trovate tracce biologiche riferibili a lei. Altre osservazioni riguardano la posizione in cui fu rinvenuto il corpo e la distanza dalla base del traliccio, che secondo i loro calcoli non sarebbe compatibile con la dinamica ipotizzata.
Al centro delle contestazioni c’è anche il fenomeno dei cosiddetti denti rosa, che i consulenti riconducono a un decesso per asfissia. Va precisato che si tratta di un rilievo non conclusivo: la letteratura medico-legale lo associa a più scenari, compresi i normali processi post mortem, e da solo non dimostra alcuna causa di morte. Un ulteriore punto riguarda le riprese dei droni dei vigili del fuoco del 4 agosto, che secondo la famiglia avrebbero già mostrato il corpo della donna, particolare notato soltanto in un riesame successivo.
Nessuno di questi elementi ha finora modificato il quadro giudiziario: sono stati esaminati e ritenuti non decisivi.
Perché il caso resta chiuso
Nel giugno 2025 Mondello, assistito dall’avvocato Francesco Mazza e da un pool di esperti che aveva lavorato circa due anni, ha depositato una formale istanza di riapertura. Il mese successivo la Procura di Patti l’ha respinta. In precedenza, nel 2023, era stata rigettata anche la richiesta di dissequestro degli indumenti indossati quel giorno da madre e figlio, ritenuti non utili a individuare nuove prove.
Qui sta il nodo tecnico che raramente viene spiegato. Un fascicolo archiviato non si riapre su iniziativa della persona offesa: l’articolo 414 del codice di procedura penale prevede che sia il pubblico ministero a chiedere al giudice l’autorizzazione, e solo in presenza di una effettiva esigenza di nuove investigazioni. Una lettura alternativa degli stessi elementi, per quanto argomentata da consulenti qualificati, non basta: servono elementi nuovi o accertamenti non praticabili all’epoca. È una soglia alta, ed è la ragione per cui sei anni di battaglia legale non hanno prodotto una riapertura.
Restano dunque due ricostruzioni che non si incontrano: quella giudiziaria, che ha escluso responsabilità esterne, e quella della famiglia, che continua a chiedere di guardare altrove. Allo stato degli atti, il caso di Caronia è chiuso.