Una nuova svolta nell’inchiesta sull’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre scorso sotto l’abitazione di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, a Campo Ascolano, sul litorale romano. Gli investigatori del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma sono risaliti, secondo l’ipotesi accusatoria, a quello che ritengono essere il vertice della catena di comando dietro l’ordigno esplosivo.
Valter Lavitola indagato come presunto mandante

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Il nome emerso dalle indagini è quello di Valter Lavitola, ex editore e imprenditore, già noto per diverse vicende giudiziarie del passato. Secondo la Procura di Roma, Lavitola sarebbe il presunto mandante dell’attentato, ma va sottolineato che si tratta al momento di un’ipotesi investigativa: nei suoi confronti vale naturalmente la presunzione di innocenza fino a eventuale accertamento definitivo in sede giudiziaria. Risulta indagato, insieme a lui, anche un secondo uomo, di origine nordafricana, che secondo l’accusa avrebbe fatto da tramite tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente collocato l’esplosivo.
La svolta nell’indagine arriva dopo gli arresti eseguiti la scorsa settimana nei confronti di quattro sospetti esecutori materiali. Analizzando telefoni cellulari, contatti e computer degli indagati, gli inquirenti avrebbero ricostruito due ulteriori livelli dell’organizzazione, ritenuti finora sconosciuti.
Perquisizione e sequestro di dispositivi

Nell’ambito dell’inchiesta, l’abitazione di Lavitola è stata perquisita e sono stati sequestrati computer, cellulari e altri supporti informatici. Un passaggio che gli investigatori ritengono decisivo per cercare riscontri documentali a quanto già emerso dall’analisi dei dispositivi dei primi indagati arrestati.
Le posizioni degli altri indagati
Nei giorni scorsi erano già finiti in carcere Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello, mentre ai domiciliari si trova Marika De Filippi. Un quinto indagato risulta essere Luca Amato. Si tratterebbe, secondo quanto ricostruito finora, di persone già note alle forze dell’ordine per vicende legate al mondo della droga in Irpinia. Per tutti, le accuse ipotizzate riguardano a vario titolo la detenzione e l’utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso. Le stesse ipotesi accusatorie vengono ora estese, in concorso, anche a Lavitola e al presunto mediatore.
Il rapporto tra Lavitola e Ranucci
Un elemento che rende la vicenda particolarmente delicata riguarda i rapporti personali tra Lavitola e lo stesso Ranucci. Dalle verifiche investigative emergerebbero contatti anche recenti tra i due, proseguiti secondo quanto ricostruito anche dopo l’arresto dei primi quattro indagati. Lo stesso conduttore – riporta Repubblica – non ha negato il legame di amicizia con Lavitola, dichiarando: “Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni“.
La ricostruzione dell’attentato
L’inchiesta, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi e avviata dal pm Carlo Villani, oggi seguita dal sostituto della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis, ha ricostruito nel dettaglio la preparazione dell’attentato. Il 10 ottobre sarebbe avvenuto un primo sopralluogo sotto casa del giornalista; sei giorni dopo il ritorno con un’auto presa a noleggio e il collocamento dell’ordigno accanto al veicolo della famiglia. L’esplosione ha distrutto due vetture, il cancello e parte del muro di cinta dell’abitazione, senza provocare conseguenze più gravi.
Elementi probatori sarebbero emersi dalle immagini delle telecamere di sorveglianza, dalla testimonianza di un ragazzo che avrebbe visto un uomo con il passamontagna allontanarsi subito dopo l’esplosione, e soprattutto dalle intercettazioni disposte dagli inquirenti.
Chi è Valter Lavitola
Il nome di Valter Lavitola, ex giornalista ed editore, è legato ad alcune delle vicende giudiziarie più note degli ultimi due decenni. È stato condannato in via definitiva per diversi reati: nel novembre 2012 patteggiò 3 anni e 8 mesi per la truffa relativa ai contributi pubblici all’editoria ottenuti indebitamente dal quotidiano da lui diretto, L’Avanti!; nel marzo 2013 fu condannato a 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi; nel luglio 2015 arrivò una condanna a tre anni per la vicenda nota come “compravendita dei senatori”; nel 2014 gli furono inflitti altri tre anni per la tentata estorsione ai vertici di Impregilo. Nel 2015 la Corte dei conti del Lazio condannò Lavitola, insieme a Sergio De Gregorio, a restituire allo Stato circa 23,2 milioni di euro. Dopo circa quattro anni di detenzione, nel marzo 2016 lasciò il carcere per essere posto agli arresti domiciliari.
Un’indagine ancora in corso
L’inchiesta prosegue ora con l’analisi dei materiali sequestrati nell’abitazione di Lavitola, alla ricerca di ulteriori riscontri che possano confermare o smentire l’ipotesi accusatoria formulata finora dagli inquirenti nei confronti dell’imprenditore.