domenica, Gennaio 25

Femminicidio Torzullo, Roberta Bruzzone: “La violenza non uccide mai una sola persona”

Ci sono casi di cronaca che non si esauriscono con un arresto, con una confessione o con una sentenza. Vicende che continuano a produrre dolore, come un’onda lunga che travolge tutto ciò che incontra. Il femminicidio di Federica Torzullo rientra drammaticamente in questa categoria.

A dirlo con parole nette e prive di retorica è Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa, che in una lunga riflessione pubblica ha messo a fuoco il cuore più profondo e disturbante di questa storia: la violenza estrema non colpisce mai una sola persona.

Una tragedia che continua a produrre vittime

Secondo Bruzzone, ciò che sta emergendo in questi giorni è “sconvolgente”. A un femminicidio già brutale e insopportabile si è aggiunto un ulteriore livello di tragedia, con altre vite spezzate e altro dolore che si somma al dolore.

Non si tratta più soltanto di un delitto, ma di una spirale di distruzione psicologica e umana che continua a risucchiare persone, famiglie, legami.

“Ci sono storie che travolgono intere esistenze”, scrive la criminologa, sottolineando come l’atto violento iniziale continui a generare conseguenze devastanti anche molto tempo dopo.

La violenza non è mai “un fatto tra due”

Uno dei passaggi più netti della riflessione di Bruzzone riguarda una verità spesso ignorata o minimizzata: un femminicidio non è mai un fatto che riguarda solo la coppia.

È un evento che devasta famiglie, figli, genitori, fratelli. Lascia macerie emotive ovunque passi. Produce traumi che non si esauriscono con l’intervento della giustizia.

“È una ferita che si allarga, che si moltiplica, che continua a sanguinare nel tempo”, scrive la criminologa, mettendo in evidenza come il dolore non abbia confini netti né scadenze.

Il peso psicologico di chi resta

Quando emergono sviluppi così drammatici, spiega Bruzzone, è necessario avere il coraggio di guardare in faccia una verità scomoda: gli effetti psicologici della violenza estrema possono diventare insostenibili anche per chi resta.

Sensi di colpa, vergogna, impotenza, crolli emotivi, lutti che si sovrappongono senza possibilità di elaborazione. Tutto questo può trasformarsi in un carico emotivo ingestibile, soprattutto quando le persone coinvolte vengono lasciate sole.

In questo quadro, non c’è nulla di “comprensibile” o di giustificabile: c’è solo un dolore che diventa esponenziale e che rischia di inghiottire altre vite.

La responsabilità collettiva dopo il delitto

La riflessione di Roberta Bruzzone va oltre il singolo caso e chiama in causa l’intera società. Queste storie, afferma, dovrebbero imporre una riflessione seria, collettiva e adulta, non solo sulla prevenzione della violenza, ma soprattutto su ciò che accade dopo.

Chi si prende carico delle famiglie travolte?
Che tipo di supporto psicologico reale viene offerto a chi resta?

Domande che troppo spesso rimangono senza risposta, mentre il dolore continua a lavorare in silenzio.

La violenza non finisce con una sentenza

“Quando la violenza esplode, non finisce mai con un arresto o con una sentenza”

, conclude Bruzzone. Continua a vivere nei traumi, nei silenzi, nelle esistenze spezzate.

Ignorare questa realtà significa condannare altre persone a pagare un prezzo altissimo, anche quando non hanno alcuna colpa. Ed è forse questa la parte più inquietante e meno raccontata di ogni femminicidio: ciò che resta, ciò che continua, ciò che non fa rumore ma distrugge lentamente.

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