Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo si avvicina e il dibattito pubblico si intensifica. Tra le voci che intervengono nelle ultime settimane c’è quella del filosofo Massimo Cacciari, che in un’intervista a la Repubblica ha offerto una lettura ampia e critica della riforma sottoposta al voto popolare.
Secondo Cacciari, la consultazione non va interpretata come uno scontro politico immediato tra maggioranza e opposizione, né come un passaggio destinato a incidere direttamente sulla stabilità del governo. «Certamente non la tenuta del governo», osserva, escludendo l’idea di una “spallata” all’esecutivo. La posta in gioco, a suo giudizio, è di natura più profonda e riguarda l’assetto istituzionale del Paese.
La questione della separazione delle carriere

Al centro del referendum c’è la riforma dell’ordinamento giudiziario, con particolare riferimento alla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante e alla riorganizzazione degli organi di autogoverno. Per Cacciari, tuttavia, i temi che incidono maggiormente sulla vita dei cittadini – come la durata dei processi, l’efficienza delle procedure o le condizioni del sistema carcerario – non vengono realmente affrontati.
«Tutte le questioni che interessano davvero non vengono toccate», sostiene. Anzi, secondo il filosofo, la riforma comporterebbe un aumento degli organismi e dei costi, con un effetto complessivo di rafforzamento del controllo politico sugli organi disciplinari della magistratura.
Il nodo della divisione dei poteri
L’analisi di Cacciari si concentra soprattutto sulla divisione dei poteri, principio cardine della democrazia rappresentativa. A suo avviso, la separazione delle carriere si inserirebbe in una tendenza più ampia che punta a concentrare il potere nell’esecutivo, riducendo gli spazi di autonomia degli altri poteri dello Stato.
«Il potere si deve riassumere nell’esecutivo», afferma descrivendo quella che considera una direzione già intrapresa in diversi contesti europei. In questo quadro, gli altri poteri rischierebbero di svolgere funzioni meramente amministrative, senza la piena indipendenza che la Costituzione garantisce.
Per il professore, il referendum assume quindi un valore che va oltre la tecnica normativa. «È un voto culturale», spiega, perché riguarda la concezione stessa dello Stato e dei suoi equilibri interni. Vediamo cosa ha deciso, nel proseguio dell’articolo.


















