martedì, Luglio 21

Caso Fakir, i nodi dell’inchiesta: dallo “scudo penale” agli agenti alle regole sulla contenzione

L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne deceduto durante un intervento di polizia al Pilastro di Bologna, si concentra su diversi aspetti destinati a essere approfonditi nei prossimi mesi. Tra questi, l’applicazione delle nuove norme sul cosiddetto scudo penale per gli operatori intervenuti, le modalità della contenzione adottata durante l’intervento e il percorso personale dell’uomo.

Si tratta di elementi distinti tra loro, che rientrano tutti negli accertamenti in corso e che dovranno essere valutati dall’autorità giudiziaria. Un quadro complesso, in cui ogni tassello andrà ricostruito con precisione prima di poter trarre conclusioni.

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L’iscrizione nel registro “45 bis”

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i pubblici ministeri di Bologna hanno iscritto i due agenti di polizia e i quattro operatori del 118 coinvolti nell’intervento nel registro modello 45 bis, previsto dalle norme introdotte con il Decreto Sicurezza.

Si tratta di un’annotazione preliminare, finalizzata a verificare se l’operato degli interessati possa rientrare in una delle cause di giustificazione previste dall’ordinamento. È bene chiarire che questa procedura è distinta dall’iscrizione nel registro degli indagati e non comporta automaticamente l’attribuzione di responsabilità penali.

Lo scudo penale e gli accertamenti

Le verifiche dovranno stabilire se ricorrano condizioni come l’adempimento di un dovere, la legittima difesa, l’uso legittimo delle armi o lo stato di necessità. Gli accertamenti potranno concludersi anche con l’archiviazione delle posizioni esaminate, mentre l’eventuale ricorso a un incidente probatorio comporterebbe l’iscrizione nel registro degli indagati.

Le norme del Decreto Sicurezza prevedono inoltre un contributo economico fino a 10mila euro per le spese legali sostenute dal personale coinvolto in procedimenti relativi al servizio, con obbligo di restituzione in caso di accertamento del dolo. Un impianto normativo pensato per tutelare gli operatori, la cui applicazione a questo caso sarà oggetto di valutazione.

Il nodo della contenzione

Parallelamente, l’attenzione degli investigatori resta concentrata sulle modalità dell’intervento che ha preceduto il decesso. La tecnica della contenzione fisica, utilizzata per immobilizzare persone in stato di forte agitazione, è regolata da procedure che raccomandano di limitarne la durata e di evitare il mantenimento prolungato della posizione prona, per i possibili rischi a carico dell’apparato cardiaco e respiratorio.

Sul tema è intervenuto anche il medico Fabio De Iaco, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza-urgenza, che ha evidenziato come il contenimento fisico di una persona agitata comporti rischi significativi e debba essere applicato solo per il tempo strettamente necessario, seguendo protocolli precisi. Sarà l’inchiesta a chiarire se le modalità adottate siano state conformi alle procedure e se abbiano avuto un ruolo nel decesso.

Il profilo della vittima

Nel ricostruire il profilo dell’uomo, alcuni quotidiani hanno richiamato precedenti giudiziari e di polizia a suo carico, tra cui una condanna per reati legati agli stupefacenti e altri episodi risalenti agli anni scorsi. Elementi che fanno parte del quadro complessivo, ma che vanno tenuti distinti dalla questione centrale dell’inchiesta.

Perché il punto su cui la magistratura è chiamata a fare luce non riguarda il passato della vittima, bensì le cause del decesso e la conformità delle procedure seguite durante l’intervento. Saranno gli esami medico-legali e la ricostruzione complessiva dei fatti a fornire le risposte decisive, in un caso che continua a tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica.