Nelle ore precedenti al suo arresto, Valter Lavitola ha cercato una redazione. Il sito MowMag ha raccontato di essere stato contattato dall’imprenditore prima con una mail, domenica mattina, poi con una lunga telefonata proseguita via chat fino al mattino di lunedì, quando i carabinieri hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare che lo accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci. La conversazione si è interrotta con l’ingresso in carcere.
Perché aveva cercato i giornalisti

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Il motivo iniziale del contatto, secondo la ricostruzione della testata, non era l’attentato. Nei giorni precedenti la redazione aveva raggiunto un collaboratore di Lavitola attivo in alcune società africane, ricevendone documentazione su presunti movimenti di denaro tra Italia e Africa. L’imprenditore voleva anticipare e contestare quella versione.
Il settore è quello dei carbon credit, i crediti generati da progetti di riduzione delle emissioni e scambiati sui mercati volontari. Lavitola sostiene che il suo ex collaboratore, un avvocato zimbabwese a cui aveva ceduto una quota societaria, starebbe cercando accordi paralleli con altri interlocutori, e che in quel comparto un danno reputazionale basti a far saltare certificazioni di valore elevato. Si tratta di accuse rivolte da un uomo in stato di detenzione a un privato cittadino, che non è stato messo in condizione di replicare e di cui non riportiamo l’identità. Lavitola stesso precisa di non aver mai avviato azioni legali nei suoi confronti.
La linea difensiva sull’attentato
Sul punto centrale — l’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla casa del conduttore di Report — Lavitola sostiene di aver appreso dalla televisione dell’ipotesi che vi fosse coinvolto Gomes Clesio Tavares, il suo collaboratore oggi ricercato, che descrive come una persona a lui legatissima.
Costruisce quindi un ragionamento per assurdo, che presenta esplicitamente come tale e che dice di aver già esposto in Procura: se il suo collaboratore avesse agito, allora l’accusa gliene attribuirebbe il mandato, e a quel punto — è il paradosso che formula — il passo successivo sarebbe ipotizzare un accordo con la stessa persona colpita. Lo definisce illogico e lo scarta lui per primo.
Va detto con chiarezza, perché il passaggio si presta a letture distorte: nessun elemento dell’inchiesta prospetta un coinvolgimento di Ranucci, che nel procedimento è la persona offesa e vive sotto scorta da anni. L’ipotesi esiste solo come figura retorica nel racconto dell’indagato.
Nella stessa conversazione Lavitola esclude anche altre piste circolate nei mesi scorsi, compresa quella di una regia istituzionale, che liquida come implausibile.
Il capitolo del sondaggio
Un passaggio riguarda l’iniziativa, già emersa nelle cronache di luglio, di un sondaggio commissionato per misurare la popolarità di Ranucci come possibile leader del centrosinistra. Lavitola nega qualsiasi collegamento con l’attentato, argomentando sulla cronologia: la bomba è di ottobre 2025, la rilevazione è stata realizzata solo a giugno 2026, dopo ritardi che attribuisce a difficoltà di finanziamento.
Sostiene inoltre di aver chiesto la sospensione della rilevazione a lavori in corso, ritenendo che l’esposizione mediatica del momento ne avrebbe falsato gli esiti, e cita a questo proposito Stefano Cappellini, oggi direttore responsabile ad interim di Repubblica. Il nome di Cappellini era già circolato a luglio: interpellato allora da Il Giornale, il giornalista aveva confermato di essere stato contattato da Lavitola in relazione a un sondaggio su un profilo definito importante. Confermare un contatto è cosa diversa dall’aver partecipato all’iniziativa, e nei suoi confronti non risulta alcun rilievo.
Cosa resta di questa conversazione
Sul presunto rapporto tra Ranucci e una società pubblicitaria, oggetto di indiscrezioni nei mesi scorsi, Lavitola ridimensiona tutto a un incontro conviviale nato su richiesta di terzi, escludendo qualsiasi rapporto di consulenza e collegandolo invece a un progetto associativo legato ai crediti di carbonio.
Il valore giornalistico di questo materiale è particolare e va dichiarato: non sono elementi di prova, ma la versione di un indagato raccolta poche ore prima della sua carcerazione. Ha interesse perché fotografa una strategia difensiva nel momento in cui prende forma, e perché mostra un uomo che, sapendo di essere sotto inchiesta, sceglie di rivolgersi alla stampa per governare una narrazione. Tutte le circostanze riferite restano affermazioni di parte, non verificate, e vanno valutate alla luce della posizione processuale di chi le pronuncia. Vale la presunzione di innocenza, così come vale per gli altri indagati.
Il racconto completo della conversazione è pubblicato da MowMag, che ne detiene l’esclusiva.