sabato, Agosto 1

Caso ricina di Pietracatella, 131 reperti dalla casa e la pista di “Mister X”: perché ora entra in gioco l’Fbi

Sette mesi di indagini, centinaia di testimonianze, decine di reperti alimentari sequestrati. E ora 131 nuovi campioni prelevati all’interno dell’abitazione di Pietracatella. L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, avvelenate con la ricina, entra in una fase particolarmente delicata.

Gli investigatori cercano una traccia capace di indicare non soltanto dove la sostanza sia stata maneggiata, ma soprattutto attraverso quale alimento o bevanda sia arrivata alle due vittime. Ed è proprio all’interno della casa di via Risorgimento che potrebbe nascondersi uno degli elementi più interessanti.

Quindici ore di sopralluogo

Pietracatella, in provincia di Campobasso, teatro del giallo del duplice avvelenamento con la ricina

La giornata decisiva è stata quella di giovedì 30 luglio. Gli specialisti tedeschi del Robert Koch-Institut hanno lavorato per circa 15 ore tra l’abitazione della famiglia e l’orto, affiancati dalla polizia italiana, alla ricerca di eventuali residui della sostanza tossica.

Come riferito dall’inviata Antonella Delprino a Vita in Diretta, sono stati prelevati complessivamente 131 reperti, selezionati passando al setaccio diversi punti della casa. L’obiettivo è verificare se, a distanza di mesi, sia ancora possibile individuare tracce di ricina su superfici, mobili, indumenti o negli scarichi.

I campioni non verranno analizzati in Italia: saranno trasferiti in Germania, con tempi tecnici che potrebbero richiedere diverse settimane prima di conoscere i risultati.

Perché gli investigatori guardano ai sifoni

Uno degli aspetti più discussi riguarda un punto apparentemente secondario dell’abitazione: il sifone degli scarichi.

A illustrarne la potenziale rilevanza è stata la criminologa Anna Vagli, intervenuta a Vita in Diretta di venerdì 31 luglio. Secondo l’esperta, gli scarichi potrebbero diventare un elemento importante degli accertamenti qualora qualcuno avesse lavato recipienti, utensili o altri oggetti entrati in contatto con la sostanza.

«L’acqua non cancella le tracce», ha spiegato Vagli, ricorrendo poi a un’immagine efficace: «Le tubature diventano un testimone chiave».

È però importante precisare un punto: si tratta di un’ipotesi illustrata in televisione, non della prova che il veleno sia stato effettivamente preparato o lavato nel lavandino di quella casa. Saranno le analisi a stabilire se negli scarichi siano presenti residui e quale valore investigativo possano eventualmente avere.

Il nodo centrale: quale alimento?

L’interrogativo principale, però, resta invariato. In che modo Antonella e Sara hanno assunto la ricina? È attorno a questa domanda che ruota l’intera inchiesta.

Gli accertamenti devono individuare il possibile veicolo della sostanza — un cibo o una bevanda — e ricostruire successivamente chi avrebbe avuto la concreta possibilità di contaminarlo.

Nelle scorse settimane diverse ipotesi sono state affrontate nei programmi televisivi che seguono il caso: dall’attenzione sulla colazione della vigilia di Natale e sugli accessi all’abitazione, fino allo scenario di un piano studiato per non lasciare tracce facilmente rintracciabili. Si tratta, va sottolineato, di ricostruzioni discusse in trasmissione e non di conclusioni giudiziarie: allo stato attuale l’inchiesta per duplice omicidio non ha ancora individuato pubblicamente un responsabile.

Tre persone riascoltate in Procura

Mentre gli specialisti tedeschi effettuavano il sopralluogo, l’attività investigativa proseguiva sul fronte delle testimonianze. In Procura sono tornate tre persone.

Tra queste una donna coinvolta nell’inchiesta per un’ipotesi di favoreggiamento, dopo che avrebbe negato l’esistenza di tensioni tra Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi. Una versione che gli inquirenti stanno confrontando con il contenuto di alcune conversazioni WhatsApp.

Nuovamente ascoltati anche una docente di matematica e un tecnico di laboratorio dell’istituto agrario di Riccia. L’attenzione sulla scuola nasce da un particolare preciso: da un computer dell’istituto sarebbero state effettuate ricerche sulla ricina nei mesi precedenti alla morte delle due vittime. La coppia sarebbe stata sentita già tre volte. Nell’istituto, tuttavia, non sarebbe stata trovata alcuna pianta di ricino né sarebbero emersi elementi che attestino una lavorazione della sostanza.

Chi è “Mister X”

C’è poi una pista che porta ben oltre i confini del Molise. Dopo una denuncia presentata dalla giornalista Alessandra Potena alla Questura di Campobasso, gli investigatori avrebbero individuato alcune ricerche online in inglese attribuite a un utente ancora senza identità.

Nei mesi precedenti alla tragedia, questo profilo avrebbe posto domande sulla ricina e sui suoi effetti all’interno di forum e community anonime. Dietro il nickname potrebbe esserci un uomo o una donna: per questo si parla, per ora, di un possibile “Mister X” o “Miss X”.

Un dettaglio ha attirato particolarmente l’attenzione: il profilo sarebbe scomparso dalla piattaforma per alcuni mesi, per poi tornare attivo di recente con lo stesso nickname. Anche in questo caso, però, si tratta di un comportamento da approfondire che non dimostra di per sé alcun collegamento con il duplice omicidio.

Perché entra in gioco l’Fbi

Qui nasce l’ostacolo principale, di natura tecnica e giudiziaria. La piattaforma utilizzata dall’utente ha sede in California: per risalire ai dati associati al profilo è indispensabile la cooperazione internazionale.

Ed è a questo punto che entra in scena l’Fbi. L’obiettivo è ottenere, attraverso i canali previsti dalla cooperazione giudiziaria, gli elementi utili a identificare chi si nasconde dietro il nickname. Un passaggio che potrebbe richiedere tempi lunghi e che non garantisce, di per sé, un collegamento con la morte di Antonella e Sara.

La domanda investigativa resta però evidente: chi cercava informazioni sulla ricina prima del duplice avvelenamento, e per quale motivo? Per rafforzare questo fronte sarebbe stato coinvolto anche lo Sco, il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, struttura specializzata nelle investigazioni più complesse.

Due binari paralleli, dunque: uno che passa dai laboratori tedeschi e dai 131 reperti, l’altro che attraversa l’oceano. In entrambi i casi serviranno settimane prima di capire se porteranno a qualcosa di concreto.