venerdì, Luglio 24

Caso Salis, il dibattito sulle notifiche: cosa dicono gli atti e cosa sostiene l’eurodeputata

Continua a far discutere la vicenda che ha visto Ilaria Salis condannata in primo grado a risarcire due ex collaboratori licenziati. Dopo l’intervista in cui l’europarlamentare di Avs ha esposto la propria versione, il dibattito si è spostato su un punto specifico: le modalità con cui il procedimento le sarebbe stato notificato.

Un aspetto tecnico ma decisivo, perché è proprio sull’assenza dal processo di primo grado che si fonda la linea difensiva dell’eurodeputata, la quale ha già impugnato la decisione. Sul caso, intanto, si è aperto anche un confronto politico all’interno della sua stessa area.

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La versione di Salis

Ilaria Salis

Nella sua ricostruzione, l’eurodeputata ha sostenuto di non essere stata a conoscenza della causa. «Nelle cause civili sono le controparti a dover notificare l’avvio del procedimento», ha spiegato, precisando che la scelta è caduta sul suo indirizzo di residenza in Italia, dove però sarebbe stata spesso assente.

«Quando l’ufficiale giudiziario è passato non ero in casa e dopo quel tentativo non ce ne sono stati altri», ha aggiunto, ritenendo che sarebbe stato possibile contattarla tramite Pec o canali istituzionali. Da qui la contestazione di un processo celebrato in sua assenza, che non le avrebbe consentito di produrre le prove a sostegno delle proprie ragioni.

I rilievi sollevati da alcune testate

Su questa ricostruzione, però, diverse testate hanno sollevato osservazioni critiche. Secondo quanto riportato, negli atti del procedimento comparirebbe la formula «ricorso depositato e ritualmente notificato», e gli accessi all’indirizzo indicato come residenza sarebbero stati due e non uno solo.

Un secondo elemento evidenziato riguarda la successiva notifica della sentenza, avvenuta allo stesso indirizzo e andata a buon fine, come ammesso dalla stessa Salis: «L’hanno mandata alla stessa residenza, ma l’ufficiale giudiziario ha lasciato un avviso e sono andata a ritirarla». Da qui l’interrogativo sollevato da alcuni commentatori sul perché lo stesso canale non abbia funzionato nella fase iniziale.

Il nodo della giusta causa

Resta poi il tema centrale sul piano giuridico: l’esistenza o meno di una giusta causa per l’interruzione dei rapporti. L’eurodeputata ha indicato inadempienze nelle mansioni affidate ai due collaboratori e un progressivo deterioramento del rapporto fiduciario.

Trattandosi però di rapporti di natura parasubordinata, l’onere della prova spettava al datore di lavoro. Non essendosi costituita nel giudizio, quella versione non è entrata nel processo di primo grado: sarà quindi l’appello, la cui udienza è attesa dopo l’estate, la sede in cui potrà essere valutata nel merito.

Il commento dall’area politica

Sul caso è intervenuto anche Mimmo Lucano, esponente della stessa area politica, con parole che hanno fatto discutere: «Sicuramente non è giusto mandare via dei lavoratori in questo modo, ma ci deve essere qualcosa dietro», ha dichiarato, ipotizzando una possibile ostilità nei confronti di esponenti della sinistra.

Una dichiarazione letta da più parti come una presa di distanza almeno parziale, pur nel quadro di una difesa politica. Il leader del partito, dal canto suo, ha invitato ad attendere l’esito del procedimento, ribadendo al tempo stesso che il rispetto delle sentenze e dei diritti dei lavoratori resta un punto fermo.

Le possibili conseguenze economiche

Sul tavolo c’è infine una cifra rilevante: circa 300mila euro. Se la condanna dovesse diventare definitiva, si tratterebbe di un importo che l’eurodeputata sarebbe chiamata a sostenere personalmente, non potendo essere imputato alle normali spese per il personale parlamentare.

Va però ricordato che la Corte d’appello ha sospeso l’efficacia della sentenza, che sarebbe altrimenti stata immediatamente esecutiva. Ogni conseguenza economica resta quindi congelata in attesa del secondo grado di giudizio, che l’eurodeputata ha annunciato di affrontare con fiducia.