La parte più dirompente del post è la sfida lanciata agli esponenti di Fratelli d’Italia. Conte li invita esplicitamente a rinunciare all’immunità parlamentare per potersi confrontare in Tribunale: «Cari leoni e leonesse, dimostrate di avere un briciolo di onore e un pizzico di coraggio, smettete di nascondervi dietro l’immunità parlamentare, rinunciate ad essa così potremo confrontarci in Tribunale e lasceremo che sia un giudice a decidere se la vostra è legittima critica politica o vile diffamazione».
Un passaggio che segna un’escalation netta nel tono dello scontro politico, e che mette direttamente sul tavolo lo strumento giudiziario come arena per una battaglia che fino ad oggi si era combattuta prevalentemente sui media. Conte specifica di non voler seguire l’esempio della premier Giorgia Meloni — «che si sottrae alle domande» — e di voler rispettare il lavoro giornalistico «quando indirizzato a informare». Ma chi persevera nella calunnia, avverte, sarà querelato.
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Una scelta maturata nel tempo
Conte riconosce di aver resistito a lungo alla tentazione di ricorrere alle querele, anche quando molti cittadini lo esortavano a farlo. «Sin qui non l’ho mai fatto, né da Presidente del Consiglio né da leader di partito, in omaggio alla libertà di stampa e di informazione» scrive. La decisione di cambiare rotta nasce dalla convinzione che sia stata «superata una linea rossa»: di fronte a campagne mediatiche che rilanciano «denigrazioni e diffamazioni», non intervenire equivale ormai a lasciare che la calunnia si consolidi nell’opinione pubblica. Una scelta che avrà inevitabilmente conseguenze sul clima politico delle prossime settimane.